Lunedì 26 Settembre 2011

Sabato al via BergamoScienza:
parla il Nobel che ha sconfitto l'ulcera

L'edizione 2011 di BergamoScienza, la nona, prenderà il via sabato prossimo, 1° ottobre. La manifestazione negli anni è andata riscuotendo un successo sempre maggiore e quest'anno si concluderà il 16 ottobre.

Parla il Nobel australiano Barry Marshal
«Con un drink ho sconfitto l'ulcera
E il batterio può trasportare i vaccini»

Lo scienziato australiano, che ha sperimentato su se stesso la coltura, aprirà BergamoScienza: «Ora studiamo un sistema per rendere i batteri innocui e usarli come veicolo per la vaccinazione orale»

di Susanna Pesenti
Un padre che non fa una piega quando a dodici anni usi il gas di casa per riempire i palloncini, ma si limita a mostrarne i rischi avvicinando la sigaretta, probabilmente aiuta a sviluppare l'attitudine a cercare strade insolite per risolvere i problemi. Così non è strano che il Nobel australiano Barry Marshall, per provare una teoria alla quale crede solo lui, si beva un intero bicchiere di coltura di batteri di helicobacter pylori e sviluppi, cavia di se stesso, tutti i sintomi dell'infezione gastrica che porta dritti all'ulcera, rivoluzionando diagnosi e terapia.

Professor Marshall, il suo drink è diventato leggendario. Come andò davvero?
«Così. Ci sono cose che è più facile farsi perdonare che chiedere. Io ero sicuro che quello strano batterio ricurvo era la causa dell'ulcera, ma il mondo scientifico pensava che l'ulcera fosse causata da stress, alimentazione sbagliata, motivi psicologici. Insieme a Robin Warren, collega al Royal Perth Hospital, che per primo nel 1981 aveva osservato la presenza di questo batterio negli stomaci di pazienti che avevano infezioni gastriche studiandone le biopsie, avevamo lavorato duro per capire "chi" fosse davvero questo batterio che tutti ritenevano innocuo, anche se stranamente riusciva a resistere nello stomaco, ambiente acido inospitale per ogni tipo di micro organismo. Ma era ormai il 1984 e mi occorreva una prova decisiva per continuare la ricerca. Pensai che l'unica cavia a disposizione ero io. Mi feci fare un'endoscopia che confermò che il mio stomaco era perfetto. Bevvi la coltura e quando cominciai a star male feci una biopsia di controllo che dimostrò che ero stato colonizzato dall'helicobacter. Poi mi curai con gli antibiotici e guarii. Avevo provato il punto».

L'ospedale sapeva del suo esperimento?
«Naturalmente no, non mi avrebbero mai dato il permesso».

Quante persone al mondo soffrono di mal di stomaco?
«Circa la metà della popolazione mondiale è portatrice di helicobacter, trasmesso spesso da madre a bambino. Nella maggioranza resta asintomatico, mentre nel 10-15% dei casi sviluppa l'ulcera. Inoltre l'esposizione prolungata e diffusa al batterio può facilitare il cancro allo stomaco. Si tratta di un batterio che ha molte varianti e la risposta dell'organismo è altrettanto variabile per motivi genetici. Con la terapia farmacologica si salvano circa 500.000 persone l'anno. Tra gli ulcerosi illustri ci sono stati James Joyce, Charles Darwin e anche Alfred Nobel!».

Come fa l'helicobacter a non sciogliersi negli acidi dello stomaco?
«Il batterio resiste perché è in grado di trasformare l'urea in bicarbonato e ammoniaca, forti basi che neutralizzano la secrezione acida. Ha anche la capacità di sistemarsi nella mucosa che lo stomaco secerne per proteggere se stesso e lì si moltiplica al sicuro. Inoltre si difende dall'attacco degli anticorpi locali producendo una tossina che distrugge le cellule T del sistema immunitario».

Come è cambiata la terapia dalla scoperta dell'helicobacter?
«Prima c'era solo la chirurgia. Solo nel 1994 ci fu un consensus meeting di gastroenterologi a Washington e dopo due giorni di discussione si stabilì a livello internazionale che per trattare l'ulcera gastrica e duodenale occorreva rintracciare ed eradicare l'helicobacter pylori. I primi trattamenti efficaci si sono sviluppati negli anni 90, con l'amoxicillina. Poi abbiamo provato a combinare l'antibiotico con un secondo farmaco, l'omeprazolo. Negli ultimi dieci anni è aumentata la resistenza all'antibiotico e quindi in certi casi si procede per combinazioni di antibiotici, sempre combinati con gastroprotettori».

Nel 2005 è arrivato il premio Nobel per la medicina, diviso con Robin Warren. Ma Marshall non si è fermato e la ricerca ha preso un'altra via.
«Già nel 2004 mi ero preso un anno sabbatico e avevo studiato dei test diagnostici per l'helicobacter. Ho cominciato così a studiare il batterio dal punto di vista della biologia molecolare ed è nata l'idea di sfruttare le caratteristiche del batterio, opportunamente modificato per renderlo innocuo, come veicolo di vaccini. Attualmente molti vaccini sono iniettati, perché altrimenti sarebbero digeriti. Ma l'helicobacter resiste nello stomaco. Se riesci a combinarlo con piccole parti dell'agente patogeno della malattia contro la quale vuoi vaccinare il paziente, puoi innescare una produzione continua di anticorpi protettivi senza bisogno di richiami».

Vaccino da bere.
«Esattamente. Facile da somministrare».

E facile da produrre?
«Sì. Una volta ho detto che si può produrre nella vasca da bagno di casa. Le farmaceutiche non l'hanno presa bene. Si usano le sacche di plastica da trasfusione. Lì si coltivano i batteri modificati che si moltiplicano piuttosto in fretta. Questo tipo di vaccino non ha bisogno di essere refrigerato, si produce a basso costo in loco e nelle quantità necessarie, tagliando i costi di stoccaggio e distribuzione, che sono quelli che ormai più incidono. È anche facile il controllo di qualità»

Il suo laboratorio sta lavorando sull'influenza?
«L'influenza è interessante: può provocare pandemie ed è noto che il virus si modifica. L'helicobacter può essere caricato contemporaneamente con diversi vaccini. Ogni anno si ammala dal 5 al 15% della popolazione mondiale, con fino a 5 milioni di casi gravi e fino a 500.000 morti».

A che punto siete con la ricerca?
«Possiamo produrre diverse tipologie di helicobacter modificato e le stiamo testando con i topi: stanno funzionando. Contiamo di pubblicare risultati interessanti entro l'anno prossimo».

La sua attitudine avventurosa alla vita è una caratteristica personale o degli australiani in genere?
«Mah! Penso che geneticamente gli australiani siano avventurosi, tanti sono arrivati per la corsa all'oro a metà dell'Ottocento! Siamo un po' così. È utile essere decentrati, se sei troppo vicino alle istituzioni, quasi tutto è già stato tentato e codificato. In Australia puoi provare con più libertà mentale, se sei fortunato riesci».

r.clemente

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