Domenica 23 Ottobre 2011

Gheddafi addio: i profughi
si ritrovano all'hotel Libia

Aicha ha gli occhi di luce e il profumo del mare. Disegna un cerchio sgangherato sul foglio bianco. «Chien», un cane, «disegna un cane», la imbocca mamma Adele. Lei fa di testa sua, arrotola la carta e via, si torna in albergo: è ora di mangiare.

Fino del Monte in un freddo mercoledì di ottobre sa di bruma e muschio, caffè e zenzero. Dall'Afrostation al paesino di mille anime e poco più si arriva in una fucilata, oltrepassata una Clusone quasi deserta. Sulla destra la piazza della chiesa, dall'altro lato della strada una bella villa in pietra scura e di nuovo, dirimpetto, l'«Albergo Libia».

Coincidenze della vita, anche un po' beffarde. Il paese ci dà il benvenuto con la sua novità più chiacchierata: occhi intensi e denti bianchi su un ovale nero come l'ebano. Sono arrivati i profughi. Sono arrivati domenica 9 ottobre dritti o quasi da Lampedusa: dovrebbero restare fino al 20 dicembre, ma le lungaggini burocratiche hanno fatto slittare i tempi un po' in tutta Italia.

Fuggiti dalla Libia hanno trovato ospitalità all'hotel Libia, tre stelle. «Costretti a imbarcarci, con i fucili puntati addosso dai ribelli» dicono un po' tutti. E i fucili li hanno rivisti l'altro giorno in tv. La notizia dell'uccisione di Gheddafi ha prodotto in loro, operai specializzati e autisti, un moto di sdegno e liberazione al tempo stesso. Opposti sentimenti che riportano a un solo pensiero di morte, quella rischiata pure da loro, sotto bombe e fucilate pronte a partire.

Nigeriani, ghanesi, somali, della Costa d'Avorio, Mali, Burkina Faso, del Ciad, Gambia e del Niger, camerunensi e un sudanese del Darfur. Ci sono anche due libici, ma la nazionalità non inganni: si tratta di Aicha e Sara, le piccoline del gruppo, quattro e un anno e poco più, nate nel Paese del fu gerarca.

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m.sanfilippo

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