Sabato 26 Maggio 2012

11 ragazzi diventano sacerdoti
Segui la diretta su Bergamo Tv

Sono undici ragazzi, una perfetta squadra di calcio, sono sorridenti, e un po' scalpitanti. Sono felici di diventare preti, di mettersi al fianco di Gesù, il Cristo, duemila anni dopo, come discepoli, e cercare di portare avanti il suo discorso.

Undici giovani sotto un cielo azzurro, nel piccolo campo di calcetto del seminario. Sabato 26 maggio (diretta su Bergamo Tv dalle 17) verranno ordinati insieme a due padri Passionisti, Alessandro Cancelli di Calepio e Andrea Redaelli di Merone (Lecco). Dice Claudio che ha ventiquattro anni e viene da Verdellino: «Sono entrato in seminario undici anni fa, proprio l'11 settembre 2001, quel terribile giorno, avevo quattordici anni e andavo in prima superiore. Ecco, in questi anni ho avuto tanto, ho ricevuto accoglienza, conoscenza. Adesso prima di tutto provo gratitudine. Paura? No, in questo momento, a pochi giorni dalla mia ordinazione vivo un momento di grande gioia. Penso a tutte le "culle" che mi hanno custodito, alla mia famiglia, alla mia parrocchia, al seminario. Gioia e gratitudine, gratitudine per le persone che mi hanno insegnato a vivere, a diventare uomo. O meglio: che mi hanno reso disponibile a diventare uomo. Il cammino è lungo».

Momento forte Gratitudine e gioia. Gli undici giovani condividono il sentimento del loro compagno Claudio Avogadri di Verdellino. Lo si avverte anche oltre le parole. Gianpaolo Baldi che viene da Locate e ha ventisette anni aggiunge che in questi giorni il pensiero della definitività della scelta lo colpisce profondamente, «Questo per me è un momento forte, il più forte della mia vita. Non sono preoccupato, ma mi rendo conto della sua importanza».

Andrea Pressiani di Villa d'Adda è uno dei «vecchi»: ha trentatré anni. Dice: «Il senso della sproporzione. La sproporzione fra la grandezza della cosa che mi sta succedendo e la mia persona. La grandezza di questa chiamata mi dà un senso di inadeguatezza e però anche di stupore, di meraviglia». Immaginette I giovani che domenica prossima verranno ordinati hanno stampato delle immaginette.

Ognuno ha scelto un'immagine, ha ripreso un pensiero dalla Sacre Scrittura. Immagini e parole differenti. Don Mattia Tomasoni ha scelto una scultura della sua chiesa di Dorga, un «Cristo risorgente» di S. Locatelli. Don Giorgio Carobbio un quadro, «La Croce», di Maurizio Bonfanti. Don Gianpaolo Baldi un dipinto di Gerolamo Colleoni conservato nella chiesa di San Bernardino in Lallio, un'opera del XVI secolo, la «Discesa agli inferi».

Stili, epoche diverse. E citazioni dai particolari significati. «Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo», ha scelto don Tommaso Frigerio dal vangelo di Giovanni. Spiega don Mattia Magoni, venticinque anni, di Trescore: «Io avverto un senso di meraviglia. Penso che ero un chierichetto, un pugno di anni fa. Un chierichetto che dava due calci a un pallone e adesso ho la possibilità di seguire questa vita accanto a Gesù, a contatto con il cuore della gente. Io ho sempre pensato che la vita avesse un senso nel cercare di fare felici le persone attorno a me. Ecco, adesso mi si offre questa grande possibilità».

Tommaso Frigerio viene da Mandello Lario, ha trentacinque anni, dice: «Io sono entrato in seminario a ventinove anni, ero già adulto, ma in questo periodo trascorso in seminario la mia idea di prete si è modificata, le motivazioni della scelta anche, il cammino che lascio alle spalle è stupefacente. Ho fatto qualche anno in Perù, sono stato in diversi luoghi, ho sperimentato quel senso di lasciare la mia vita nelle mani del Signore e non mi sono mai sentito fuori posto. Ho imparato ad affidarmi, a lasciarmi andare».

L'affidarsi è un concetto importante per i giovani preti, essenziale. Lo ribadisce Matteo Marcassoli che ha trenta anni e viene dalla Celadina: «Sì, il senso di inadeguatezza esiste, ma la frase di Gesù nel Vangelo di Giovanni dà tranquillità: "Io ho scelto voi". Non siamo noi ad avere scelto Gesù. C'è una comunità, una Chiesa che si fida di noi, che ci accoglie. E allora possiamo confessare liberamente la nostra pochezza, le nostre scarse abilità».

Un altro punto importante, accettare i propri limiti senza ansie, ma con la voglia di andare avanti. Lo dice Mattia Tomasoni: «Il cammino fatto in seminario mi ha calmato l'ansia di prestazione, mi ha calato nella realtà e non mi ha proiettato in un ideale astratto. So che non devo essere un prete che "arriva dappertutto", ma piuttosto un uomo che anziché l'estensione cerca la profondità del mondo».

Un altro elemento che i giovani ripetono è quello della fraternità. Lo stare insieme, il senso della comunità, del non sentirsi soli. E proprio questo dice Emiliano Poloni, venticinque anni, di Cologno al Serio: «Sono entrato in seminario in prima media, sono qui da quattordici anni; mi sono reso conto di quanto importante sia la vita di comunità, di che dono sia la possibilità di stare insieme, di confrontarsi, di scoprirsi. E di aiutarsi. Ho visto tanti ragazzi lasciare il seminario e anche loro ti aiutano, quando un tuo amico esce ti poni delle domande, verifichi la tua vocazione».

Giorgio Carobbio ha ventisette anni, è di Alzano, è entrato in seminario da "grande", a vent'anni: «Anch'io penso al valore della fraternità in questo divenire, in questo crescere continuo. Divento prete, ma non sono prete, prete si diventa ogni giorno, ce lo ha detto anche il nostro vescovo Francesco. Ogni giorno c'è la possibilità di diventare sempre più prete. Sempre più uomo».

C'è anche il senso dell'ignoto. Tiziano Legrenzi ha ventiquattro anni e viene da Villa d'Ogna. Parla della sua gioia, della gratitudine, ma anche di questo senso di ignoto in questo cammino particolare del prete. I giovani futuri sacerdoti affermano di non volere essere preti che agiscono in solitudine, ma che vogliono invece costruire «reti di vita, di condivisione per servire questo mondo nel cammino verso Dio». Verso Dio.

Davide Marchio ha trentasei anni, viene da Olginate e partirà come missionario nell'operazione Mato Grosso. Dice: «Siamo un segno, abbiamo un responsabilità forte verso gli altri, verso la gente, questo non dobbiamo mai dimenticarlo». Fra i pericoli che questi undici giovani individuano nella vita c'è l'individualismo. Dicono: «Andremo negli oratori, a contatto con i ragazzi. L'individualismo è una minaccia anche fra i ragazzi, li chiude, li schiaccia, è un limite ai sogni di ciascuno. Invece è incredibile la felicità che si prova nell'attimo della verità, quando dici quello che sei, che provi e ti apri nella relazione. Allora ti senti liberato, ti senti accolto. Oggi sembra che la felicità stia nella soddisfazione dei bisogni immediati, ma questa è una bugia che ci fa precipitare in un eterno presente, senza una prospettiva ampia, senza una direzione».

Qual è l'idea di prete che hanno questi giovani alla fine del loro percorso in seminario? «Essere persone in grado di ascoltare, in grado di crescere con gli altri e magari capaci di tirare fuori i desideri più veri e profondi, in sé e negli altri. Un uomo che sa raccontare di Gesù, che sa annunciare il Vangelo, parole che liberano, al servizio dell'uomo».

L'ordinazione dei tredici nuovi sacerdoti, undici diocesani e due religiosi
della congregazione della Passione di Gesù Cristo (Passionisti) fondata
nel 1720 da San Paolo della Croce, è in programma per sabato 26 maggio
alle 17 durante una solenne Celebrazione eucaristica nella Cattedrale di
S. Alessandro martire in Città Alta, presieduta dal vescovo di Bergamo
Francesco Beschi.

Paolo Aresi

m.sanfilippo

© riproduzione riservata