Mercoledì 06 Giugno 2012

Il bimbo che non riconosce il pericolo
Vi raccontiamo la storia di Dhia

Dhiaeddine è nascosto sotto il tavolo: non mi conosce e resta acquattato al sicuro nel suo nascondiglio, da dove mi spia. Ride sotto i baffi, il furbo, poi gioca di sorpresa e con un balzo scatta verso il divano. Obiettivo, le caramelle che ho portato.

Un tuffo e affonda nel cuscino: caramelle conquistate. Si copre il viso con le manine ed esplode in una risata. Fuori splende il sole, che filtra all'interno della casa dalle fessure delle tapparelle abbassate e disegna trattini di luce sulla parete. Dhiaeddine non resiste alla curiosità: abbassa le mani per osservarmi e un raggio lo colpisce al viso. I suoi occhioni scuri s'illuminano e sembra che ad accendersi sia tutta la stanza.

Parla con gli occhi
Dhiaeddine è un bambino speciale perché sorride e parla con gli occhi, così la sua mamma lo capisce anche se lui non usa le parole. È forte come Braccio di ferro, e pazienza se con quelle braccia muscolose e sottili s'arrampica sulla ringhiera del terrazzo e si siede a cavalcioni per vedere le moto che passano di sotto. Dal cielo o chissà dove qualcuno lo guarda e allora arriva il suo papà, che si toglie le scarpe e silenzioso lo raggiunge, lo afferra forte e lo riporta in casa, poi abbassa le tapparelle e ringrazia il suo Dio d'averlo fatto arrivare in tempo. Solo una volta ha tardato e Dhiaeddine è caduto da basso, un salto di quattro metri per arrivare in giardino dove non può mai scendere a giocare. La fronte gli è rimasta deforme per due anni ma lui è un bambino tenace e la prossima volta che la mamma o il papà si distraggono si arrampica di nuovo e salta di sotto, così può vedere da vicino le moto che passano.

Dhiaeddine ha quasi sette anni ma frequenta ancora la scuola materna di Pedrengo, dove abita. È seguito da un'assistente educatrice, perché i medici del reparto di Neuropsichiatria Infantile di Trescore gli hanno diagnosticato un ritardo psicomotorio da sofferenza anossica cerebrale, perciò hanno scritto nel suo fascicolo che ha l'assoluta necessità di avere sempre accanto una figura di riferimento. Ai suoi genitori hanno spiegato che deve essere guardato a vista, perché non sa riconoscere il pericolo e un solo momento senza sorveglianza potrebbe essergli fatale.

«Quando è arrivato il momento di pensare alla scuola - racconta il papà Jemaiel Reguigue mentre racconta la sua storia - io e mia moglie Rasma abbiamo deciso di lasciare la Tunisia e di trasferirci in Italia, per fargli frequentare una scuola "speciale" (una scuola potenziata, ndr) dove il nostro Dhia venga aiutato a conquistare tutto quello che è possibile per lui». Non hanno pensato alle difficoltà che avrebbero incontrato, né si sono chiesti come si sarebbero sentiti a essere immigrati in un Paese sconosciuto, dove la crisi si mangia il lavoro e se sei straniero cosa diamine pretendi? O forse sì, ma l'unica risposta che si sono dati è che il bene del loro Dhiaeddine vale tutte le fatiche del mondo, perciò sono partiti portando con sé anche i due bambini nati dopo Dhia.

«L'importante - si sono detti - è che Dhiaeddine possa andare alla scuola speciale». «Quando i medici della Neuropsichiatria ci hanno detto che avevano trovato un posto in quella di Trescore - racconta Jemaiel - io e mia moglie piangevamo di gioia». Non perché un miracolo avesse regalato a Dhia la possibilità di impugnare un pennarello o tirare un calcio al pallone come gli altri bambini, non hanno mai chiesto tanto. Erano felici perché il loro bambino avrebbe avuto un percorso scolastico rispettoso della sua dignità. «Quando ho incontrato i medici di Trescore però - continua Jemaiel - gli ho spiegato che non riesco a portarlo alla scuola speciale perché lavoro a turni come tornitore e se perdo il posto non posso pagare l'affitto e le spese mediche. Loro m'hanno detto di stare tranquillo e hanno incontrato l'assistente sociale del Comune di Pedrengo per spiegarle la situazione e chiedere di accompagnare Dhia a scuola con un'auto comunale, ma quando sono andato dall'assistente sociale per avere una risposta mi ha detto che il Comune non può garantire il trasporto, perché c'è la crisi».

Non c'è una soluzione
Se il Comune non tornerà sui propri passi Dhiaeddine dovrà andare alla scuola pubblica del paese, priva delle strutture e del personale qualificato che la sua malattia richiede. Sollecitato anche per iscritto dai medici della Neuropsichiatria di Trescore a individuare una soluzione, il Comune sembra non averla trovata. A Pedrengo la situazione di Dhiaeddine è ben conosciuta e le difficoltà del trasporto che lo priverebbero del diritto di frequentare la scuola potenziata di Trescore hanno suscitato molte polemiche.

«Io però ho fiducia nel Comune e spero che lo accompagni alla scuola speciale» dice papà Jemaiel mentre osserva Dhiaeddine che sorride e succhia una caramella sul divano. All'improvviso il bambino si alza, scatta verso la portafinestra e picchia forte i pugni contro la tapparella abbassata, poi guarda il papà che subito lo prende in braccio per calmarlo e gli accarezza i capelli neri. Lui si acquieta. Il rumore di una moto in lontananza si spegne; come la luce negli occhi vispi di Dhiaeddine. Come il sole, che fuori è tramontato e non disegna più trattini di luce sulla parete.

Francesca Grassi

m.sanfilippo

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