Sabato 20 Ottobre 2012

Dobbiamo conoscere i ragazzi
Una fatica necessaria

La prima cosa è guarire. La seconda, capire. La vicenda del dodicenne di Dalmine - ancora in ospedale con una frattura al cranio - che è finito sotto un'auto all'uscita di scuola, correndo per sfuggire al compagno che lo perseguitava, riapre il capitolo del bullismo. Doloroso per i ragazzi e spinoso per gli adulti, perché ogni storia di questo tipo rivela d'un colpo le sofferenze nascoste dei giovanissimi e l'inadeguatezza degli interventi educativi che si riesce a mettere in campo.
Bisogna chiedere ai ragazzi le ragioni dei loro comportamenti, sostiene Gustavo Pietropolli Charmet. Lo psichiatra e psicoterapeuta, pioniere in Italia del trattamento del disagio in adolescenza, osserva che genitori e insegnanti non possono fidarsi dei ricordi dei propri anni verdi nel giudicare le situazioni, ma che devono chiedere direttamente ad aggressori e vittime i motivi dei loro comportamenti. Parlare, ragionare, far emergere la sofferenza che sempre, nell'età della crescita, sottostà alle azioni aggressive. Una fatica tremenda, l'unica che ha senso. Questo però suppone adulti - genitori per destino o per professione - ragionevolmente decisi ad andare nella stessa direzione e ragionevolmente disposti a fidarsi gli uni degli altri. Quando sentono di essere «contenuti» dagli adulti (non schiacciati nè giudicati, ma trattenuti dal farsi del male da soli) bambini e ragazzi di solito si rilassano, perché accettano volentieri, contro ogni apparenza, una guida chiara che indica una strada possibile per vivere.

Spesso è il disorientamento degli adulti che rende i ragazzi nervosi come cavalli. Qualcuno scalcia, qualcuno è scalciato, il meccanismo è simmetrico e complementare. Rivolgersi direttamente ai ragazzi significa prenderli sul serio, trattarli per quegli uomini che saranno, riproporzionando le responsabilità di ciascuno. E le maggiori non sono certo dei più piccoli. A Dalmine la tragedia è stata sfiorata non per caso, ma per trasgressioni e omissioni individuali - di ragazzi e di adulti, a scuola e in strada - che si sono saldate. Ma il bullismo esiste davvero come fenomeno patologico dei nostri tempi o è una gonfiatura più o meno mediatica di qualcosa di spiacevole ma fisiologico, già noto, addirittura immortalato nei classici ingialliti della letteratura per ragazzi, dalla Guerra dei bottoni ai Ragazzi della via Paal su fino alle scazzottate sabaude di Cuore? Il bullismo, oltre le normali divergenze, antipatie, ripicche e avversioni, implica da una parte un gruppo organizzato per offendere ripetutamente e una o più vittime - isolate - dall'altra. Forse in passato è stato ancora più crudele, dissimulato in una divisa paramilitare, mescolato con ideologie intossicanti e malcomprese.

I dati veramente nuovi sono l'abbassarsi dell'età di formazione delle bande ai primi anni della scuola media se non alle elementari e l'ingresso delle ragazze nel mondo della violenza (vedi i vandalismi alle scuole di Seriate di poche settimane fa). Quello che appare all'osservatore è la solitudine interiore, un inferno personale più che di generazione: chi riesce a far gruppetto diventa persecutore, chi resta solo diventa vittima. Che cosa possono fare genitori e docenti, cioè coloro che strutturano i due mondi nei quali un ragazzino vive, la famiglia e la scuola? Secondo Charmet, insieme possono far molto, separati poco, un contro l'altro armati, niente.

Tempo fa, proprio a Bergamo, varie associazioni, riunite dalla Provincia, lanciarono un programma di attività per promuovere l'idea di «genitorialità diffusa». Che vuole dire che non devi sentirti genitore solo di tuo figlio, ma di tutti i minori che per caso incontri. Il resto viene di conseguenza. Perché se li vedi come figli, cessano di apparirti scomodi estranei da ignorare. E i progetti di intervento diventano meno burocratici e più umani. Ma occorre un consenso sociale, un patto fra adulti di una stessa comunità, paese o quartiere che permetta a tutti di guardare i ragazzi in un altro modo. In questi giorni molti genitori e insegnanti hanno «visto» per la prima volta un pezzo di realtà che ignoravano. Forse l'importante è continuare a vedere.
Susanna Pesenti

fa.tinaglia

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