Martedì 19 Febbraio 2013

«Io scampato al dramma dell'Oria»
In tv rivede la tragedia di 70 anni fa

«Quella è la storia di nonno Giulio!». Era quasi incredula Giovanna, a Cerete, imbattutasi il 12 febbraio nella trasmissione tv «La vita in diretta» condotta da Mara Venier. Si parlava del naufragio, al largo del Pireo, del piroscafo Oria, il 12 febbraio 1944, dove erano stipati oltre 4000 italiani prigionieri dei tedeschi. Di loro se ne salvarono non più di trenta. Una tragedia consumatasi negli abissi dell'Egeo e in settant'anni di oblio da parte di autorità e storia ufficiale.

«Ero a Rodi, poi l'Armistizio»
Quel “nonno” è Giulio Bocassini, ha compiuto 91 anni il giorno dell'Epifania. Giovanna lo accudisce ogni giorno, insieme ai figli Ugo e Rosalia e rispettive famiglie. “Il papà – racconta la figlia – narra spesso di quel tragico giorno, quando non si imbarcò sull'Oria grazie ad un amico, mai più rivisto”. Giulio figura addirittura nell'elenco degli imbarcati sul piroscafo. A riavvolgere il nastro della memoria ci pensa lui stesso, con invidiabile lucidità. “Dopo la naja a Bressanone – racconta – fui richiamato nel ‘42 e trasferito ad Atene, per poi essere imbarcato per il Nordafrica. La ritirata italo-tedesca fece cambiare i piani e finimmo sull'isola di Rodi”. Lì, per qualche mese, la vita fu relativamente tranquilla. “Ero in fanteria, impegnato in compiti di collegamento, per rifornire la contraerea sulle alture. La sera dell'8 settembre 1943, giorno dell'Armistizio, un tenente veronese comunicò lapidario: “Siamo prigionieri dei tedeschi”. Alcuni spinsero per schierarsi al fianco dei nazisti, ma la scelta fu chiara, dopo breve consultazione: “Siamo italiani e restiamo italiani”. “Ci trasferirono – continua Giulio –in un campo allestito nell'entroterra. Sorvegliati da guardie tedeschi, avevamo cibo razionato. Una porzione doveva bastare per cinque”. A febbraio arrivò l'ordine di trasferimento al Pireo, dove migliaia di braccia sarebbero state utili ai tedeschi per il lavoro coatto. Un “film” già visto il 23 settembre del 1943, quando da Rodi salpò un altro piroscafo, il Donizetti, poi affondato con oltre 1800 prigionieri a bordo. “Ci trasferirono a piedi verso la costa – continua Giulio - per 20 chilometri. Avevo problemi al fegato per un principio di malaria. Un amico di Rovetta fece in modo di farmi somministrare del chinino”. L'amico si mise al fianco di Giulio, come “stampella”, e dopo qualche chilometro lo convinse a salire su una jeep tedesca diretta all'ospedale.

Io in caserma, la nave affonda»
“Sali – mi disse - e arriverai al porto. Lì, mentre attendono l'apertura dei cancelli della caserma, potrai scendere e unirti a noi sulla nave”. Così fu, ma il cancello era aperto e la jeep entrò direttamente. “Dopo qualche ora poi mi mandarono via. Sulle scale incontrai un sergente italiano, al fianco dei nazisti. Mi apostrofò con una pacca sulla spalla: “Ti è andata bene, i tuoi amici sono tutti in fondo al mare”. L'Oria, per le avverse condizioni del mare, era affondato a 25 chilometri dal Pireo, trascinando con sé oltre 4000 italiani. Quei momenti ricorrono con forza nei ricordi di Giulio Bocassini, che dell'amico di Rovetta ricorda il nome “forse Vincenzo” e che era suo coetaneo. Il vuoto di quei giorni, figlio dell'incertezza di un'Italia divisa, portò Giulio prigioniero in Montenegro e quindi (questa volta con i russi), in Romania e in Siberia. “Anche qui fu durissima: si lavorava nella neve, tagliando legna. Un giorno finii a terra stremato: una guardia stava per spararmi, mi salvarono le grida di un giovane che ne distolse l'attenzione”.

Mai raccontato fuori casa
Dopo la guerra, Giulio si sposò con Maria Bocassini nel 1951. Nacquero i figli e lui lavorò come carpentiere emigrante in Svizzera. Da tanti anni a Cerete Basso è a capo dell'Associazione Combattenti e Reduci. Ad ascoltare il racconto legato all'Oria è arrivato anche il sindaco, Adriana Ranza. “Abbiamo premiato Giulio lo scorso anno per il suo impegno con una medaglia d'argento, ma il racconto legato alla nave è sempre rimasto fra le mura domestiche. Sono tesimonianze preziose, , soprattutto per i giovani”. Il ricordo di Giulio va poi va al giorno del rientro a Cerete, con i genitori ad attenderlo sulla soglia di casa. Allora l'emozione si sciolse in un pianto di gioia, lo stesso con cui Giulio, senza una parola, racconta oggi quel momento. Perché dietro la storia ci sono sempre le persone. Il ricordo viaggia su internet La tragedia del piroscafo Oria avvenne nella zona delle isole greche, dopo lo smarrimento e le incertezze seguite all'Armistizio. Le cronache hanno spesso ricordato l'eccidio della Divisione Acqui a Cefalonia o l'affondamento del piroscafo Donizetti. Per l'Oria il silenzio è stato più assordante di quello che al largo del Pireo custodice i resti della nave a 60 metri di profondità. Lo scorso anno la trasmissione di Rai 1 “La Vita in diretta” diede la spinta decisiva all'ostinato lavoro di circa di alcuni parenti delle vittime, fra cui Michele Gherarducci, di nuovo ospite in tv nei giorni scorsi. Sono nati un sito internet (www.piroscafooria.it) e una pagina Facebook. Dagli archivi è saltata fuori anche una lista degli imbarcati (fra cui Bocassini), pure pubblicata on line. Una storia ancora tutta da raccontare, nonostante il ricordo di alcuni superstiti ultra novantenni ancora viventi e casi incredibili, come le gavette con tanto di nomi ritrovati grazie alle immersioni di alcuni sub greci. Negli elenchi ci sono tanti nomi bergamaschi. In un'apposita sezione del sito c'è un “muro della memoria”, con 96 fotografie di dispersi. Fra esse i volti di Giuseppe Baruffi (classe 1920) di Caravaggio, Giuseppe Beretta (1914) di Bagnatica, Pietro Bertola (1923) di Ciserano e Lorenzo Messi (1922) di Seriate. Per quest'ultimo un nipote omonimo ha avviato ricerche precise come riportato su L'Eco del 9 dicembre scorso. Stando ai ricordi di Giulio Bocassini diversi erano i soldati dell'Alta Val Seriana, a cominciare da quell'amico di Rovetta, che potrebbe essere Vincenzo Beccarelli, classe 1922 e disperso in Grecia. Come lui finì in fondo all'Egeo anche Sperandio Visinoni, pure di Rovetta, nato nel 1917. Il nipote di Giulio, Mirko, in questi giorni ha ricevuto su Facebook decine di richieste dai familiari di dispersi, che chiedono di segnalare al nonno nomi che forse ricorda o ha consociuto. Una rete che a 70 anni di distanza si allarga grazie alle nuove tecnologie, con un imperativo: non dimenticare.

Giambattista Gherardi

a.ceresoli

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