«Solo malelingue e razzismo»
Chiusa la macelleria italiana

«Mi hanno tagliato le gambe. Sono stato vittima delle malelingue e del razzismo». Nel gennaio scorso la sua macelleria a Treviglio aveva suscitato clamore per il cartello «macelleria italiana». Ora Antonino Verduci ha dovuto abbassare la saracinesca.

«Vuole sapere la verità? La verità è che mi hanno tagliato le gambe e che mi è successa una cosa che mai avrei pensato, nel 2013, a Treviglio. Sono stato vittima delle malelingue e del razzismo». Nel gennaio scorso la sua macelleria di via Sangalli a Treviglio aveva suscitato un clamore mediatico di rilevanza nazionale perché lui, Antonino Verduci, 33 anni, di Reggio Calabria, aveva apposto sulla vetrina del punto vendita il cartello «macelleria italiana», con tanto di Tricolore, per far sapere ai clienti che non era un marocchino, come girava voce, bensì un italiano.

«Proprio così, italiano ma meridionale – spiega amareggiato – ed evidentemente a Treviglio questo fa ancora la differenza. Perché prima ero stato accusato io di essere razzista perché avevo messo quel cartello, dopodiché avevo ricevuto tante belle promesse dai trevigliesi. Ma la verità è che, dopo un iniziale buon riavvio, la situazione è andata sempre peggiorando e, negli ultimi giorni, avevo tre o quattro clienti, contro i 60 o 70 che avevo raggiunto dopo il clamore».

Così Verduci è stato costretto a chiudere i battenti e, se il negozio l'avesse avuta come un tempo, ad abbassare la saracinesca. Oggi di fonte all'ex macelleria Verduci di via Sangalli non è più affisso il cartello «macelleria italiana» bensì quello «cedesi negozio». Risultato: Verduci è rimasto senza un lavoro.

«Sono venuto a Treviglio ormai 8 anni fa e sinceramente mi aspettavo maggiore apertura. Invece ho dovuto lottare contro una certa mentalità un po' antica, che mai mi sarei aspettato. So che non tutti sono così, perché quando ho annunciato che avrei chiuso in molti si sono detti dispiaciuti. Eppure mi sono reso conto, a mie spese, che le malelingue possono ancora oggi fare molto male. Essere "terrone" oggi a Treviglio può ancora fare la differenza e compromettere un'attività ben avviata. Dopo il fatto "clamoroso" del cartello c'era un certo viavai di clienti, molti fissi e alcuni anche di passaggio. Poi, col passare del tempo, sono diventati pochissimi. Gli ultimi giorni non entrava più nessuno e dovevo buttare la carne. Una desolazione».

Per saperne di più Leggi L'Eco di Bergamo del 20 febbraio

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