Giovedì 02 Maggio 2013

L'ingegnere inventore
tra cronaca e utopia

I libri lo sanno fare quando sono scritti in maniera tale da rapirti e catapultarti all'interno della scena. I film possiedono la scorciatoia del flashback, che ti esplicita in un battibaleno ricordi e vecchie storie raccontati dal protagonista. Mentre le persone devono sapersela cavare con le parole e difficilmente riescono a farti viaggiare nel tempo e nella mente altrui.

Carlo Percivalle lo sa fare, e molto bene. Perché quella che dovrebbe essere una sobria intervista, con lui si trasforma in una grande storia, in un mosaico di immagini di ogni genere, a spaziare su ogni fronte: ricordi di infanzia incrociati a progetti professionali e pillole di saggezza. Tanto da far dimenticare, ad un certo punto, il motivo di una chiacchierata senza tempo, capace di andare oltre i meccanici ritmi scanditi dal ticchettio dell'orologio.

Lui è un maestro del lavoro, pardon un ingegnere, pardon un creativo: comunque lo si chiami, si corre il rischio di fargli un torto. Inventore è ciò che ci va più vicino, ma il diretto interessato scuote la testa: «Qualcuno mi ha chiamato Archimede, ma preferisco evitare: lui fu ucciso da un soldato romano, sulla spiaggia. Non voglio fare la sua fine». Risposta in pieno stile Percivalle, con un mix fatto di ironia brillante e cultura a tutto tondo.

Perché lui sa di storia e di filosofia e di qualsiasi altra disciplina possa venirvi in mente, anche se - in gioventù - non aveva potuto frequentare il liceo, perché a Milano piovevano bombe. Poco male, se si riesce a fare viaggiare la mente autonomamente, colmando poi quell'unico gap a cinquant'anni, togliendosi lo sfizio della laurea in ingegneria. Allenare il cervello è sempre stato il suo forte, sia quando si confrontava con gli avventori di casa sua (che ai tempi custodiva il telefono pubblico di Montebello della Battaglia, Pavia), sia oggi, quando - a ottantasei anni - passa ancora il tempo dietro a libri, giornali e qualsiasi cosa possa permettere al suo pensiero di volare lontano dalla grigia routine.

Alla pensione non ha mai creduto più di tanto. In effetti, lui non si è mai accorto di essere invecchiato, perché è soltanto la vacua esteriorità a testimoniarlo: «La verità è che io non mi sono mai preoccupato di invecchiare e, così, la vecchiaia ha finito per sorprendermi». O forse lui ha sorpreso lei, e continua a farlo, mostrando una brillantezza intellettuale che ha fatto da tempo perdere il passo ad una schiena e un orecchio un po' acciaccati. Quando Carlo - Carlino all'anagrafe - parla, è impossibile fermarlo e lui continua a coinvolgere e travolgere, aprendo parentesi su parentesi, tanto da fare perdere la bussola. Entusiasta come un ragazzino, sognatore come un utopista, orgoglioso come un soldato, tenendo sempre stretti tra le mani i suoi due volumi.

Il primo contiene la sua storia lavorativa, tra progetti andati in porto e non: da quelle pagine partono tanti racconti, di una carriera iniziata vicino a casa e poi proseguita tra Bari, Schio, Lodi e Pontirolo, tappa del suo approdo nella bergamasca, una quarantina di anni fa. E la storia di tanti suoi progetti, alcuni dei quali vere invenzioni: la chicca dell'inceneritore domestico, ma anche l'apparecchiatura per il controllo del motorino della macchina per cucire, la copertura delle cabine antiribaltamento per i trattori, l'armadio asciugabiancheria, il portafoglio che non buca le tasche, fino la grande utopia della strada a due livelli. Nel cielo, per diminuire il traffico e sfruttare gli spazi: roba da film di fantascienza.

L'argomento lo tocca da vicino ed è uno di quelli maggiormente dibattuti anche attraverso continue lettere indirizzate ai quotidiani: «La quarta corsia in A4 è una bufala: la mia strada sopraelevata avrebbe risolto i problemi». Ma Bergamo va bene così? «Lo sviluppo urbanistico di questi anni ha avuto aspetti positivi e negativi. Io dico che ogni cosa va fatta con giudizio. Perché non utilizzare risorse, per esempio, per raccogliere l'acqua piovana e farne buon uso?».

Una delle domande che lui continua a rivolgere ai bergamaschi, attraverso le sue missive pubbliche: «Ma mi accorgo che ormai c'è meno partecipazione: mi piacerebbe venire smentito, potrei anche essere un sapiente di concetti sbagliati. Ma trovo silenzio e vedo una società sempre più disinteressata». Non c'è traccia, insomma, di altri Carlo Percivalle, che utilizzano ogni secondo della propria esistenza per imparare e conoscere, raggruppando poi tutto nel secondo volume di riferimento. La raccolta che ha appena ultimato e che comprende una lunga serie di citazioni, aneddoti, proverbi di qualsiasi personaggio passato e presente, da Dante a Brigitte Bardot, passando per Einstein e Perci, il suo pseudonimo.

Tutto in quel faldone, insieme ad una finestra di un intero anno, letto attraverso le colonne de L'Eco di Bergamo, con una serie di articoli, titoli e frasi a effetto scelte personalmente. Un po' di ciò che ha captato intorno a sé in tutti questi anni, tra un libro di storia e un volantino raccolto per strada. Ma in grado di sedurre la mente di Perci, che non ha smesso mai un attimo di svolazzare.

Matteo Spini

a.ceresoli

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