Venerdì 03 Maggio 2013

Falsi permessi, l'agente replica:
nessuna violazione del segreto

«Il mio assistito non ha mai velocizzato alcuna pratica di rinnovo del permesso di soggiorno, si è limitato a prendere atto dello stato di avanzamento e a comunicarlo all'interlocutore. È un reato? È violare un segreto d'ufficio, rendere noto al diretto interessato lo stato di una pratica amministrativa che lo riguarda e che è destinata a diventare atto pubblico?».

L'avvocato Manlio Zampetti, difensore di M. C. - l'agente di Polizia della di Bergamo finito agli arresti domiciliari nell'inchiesta sui permessi di soggiorno - , ha pronto un asso da calare: la sentenza della Cassazione del 27/10/11, secondo cui per il reato di rivelazione e utilizzazione del segreto d'ufficio deve essere dimostrato il pericolo effettivo per la pubblica amministrazione, non quello presunto.

In parole povere, l'agente finito agli arresti domiciliari non comunicava segreti quali indagini a carico di terze persone, bensì il normale iter di un documento. Senza brigare per accelerarlo, come riconosce nella sua ordinanza il gip di Brescia Ciro Iacomino.

L'accusa ipotizzava a carico del poliziotto, oltre alla violazione del segreto d'ufficio, anche il concorso nel favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, il falso in atto pubblico e la corruzione. In pratica, per il pm, il poliziotto avrebbe influito sulle pratiche per il rinnovo dei permessi ricevendo compensi da Azzedine Ilhami. Ma il gip nei confronti dell'agente non ha riconosciuto la corruzione, né il falso e nemmeno il concorso nel favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.

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m.sanfilippo

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