Sabato 18 Maggio 2013

Imposta sul rumore degli aerei
Arriva con un ritardo di 13 anni

Iresa? Meglio ira: fotografa benissimo l'umore delle società di gestione aeroportuali di fronte alla nuova imposta regionale per le emissioni sonore degli aeromobili, in vigore dallo scorso maggio. Non ovunque, tra l'altro. È una classica storia all'italiana: la tassa, l'eterna attesa e l'incerta destinazione di quanto incassato.

Che di suo non è assolutamente vincolato ad interventi di natura ambientale: quindi potrebbe finire tutto nel più classico dei calderoni, come tra l'altro già succede nel caso di diverse gabelle apparentemente di scopo. «E comunque non sul territorio» sostengono le società di gestione degli aeroporti.

Che insieme alle compagnie aeree (la tassa è tecnicamente in capo a loro) e alle associazioni che si occupano di viaggi sono sul piede di guerra. Ma prima è interessante un excursus sulla genesi di questo provvedimento, che affonda le sue radici nel 2000. Sì, 13 anni orsono. La cosa più divertente (diciamo così) è vedere le previsioni d'incasso formulate all'epoca: per la Lombardia si prevedevano 14 milioni di introiti, 13,3 per il Lazio.

Nota bene, i 14 milioni sono una stima per il solo periodo 2001-2006: quindi attualizzandolo, possiamo tranquillamente dire che la mancata applicazione della tassa ha significato oltre 30 milioni di euro di mancati introiti per la Lombardia dalla sua istituzione. Che poi questi siano effettivamente vincolati ad interventi antirumore è un altro paio di maniche.

In sostanza, il rischio concreto è che la tassa antirumore diventi l'ennesima gabella più o meno mascherata sulle spalle del fruitore finale: il passeggero. Tanto più in un panorama così fortemente influenzato dal traffico low cost.

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m.sanfilippo

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