Mercoledì 05 Giugno 2013

Beschi: «Con il pellegrinaggio
abbiamo rinnovato la nostra fede»

Emanuele Roncalli
Il pellegrinaggio come metafora della vita. La definizione più logora e abusata resta sempre la più aderente alla realtà. C'è tutto nel viaggio fra località religiose, guardando il creato, fermandosi a pregare. Un viaggio fatto di fatica, camminate, soste rigeneratrici, gioia di trovarsi a parlare con gente a noi familiare o mai conosciuta prima.

Ogni mattina risveglia l'entusiasmo di ripartire, ma prima o poi giunge il momento di tornare al capolinea e di tracciare un bilancio di un'esperienza spirituale condivisa. Il vescovo Francesco Beschi ci aiuta in questo compito e a lui abbiamo rivolto alcune domande. Ma la prima curiosità riguarda inevitabilmente l'invito ufficiale che ha rivolto a Francesco.

Eccellenza, allora Papa Bergoglio verrà a Bergamo e Sotto il Monte?
«Noi lo aspettiamo a braccia aperte. Confidiamo che possa esaudire questo desiderio della Chiesa di Bergamo e dei bergamaschi. Non abbiamo mai parlato del periodo in cui potrebbe venire da noi, è troppo prematuro. Il calendario dei suoi impegni quotidiani è particolarmente fitto»

Quando, durante le parole di saluto, gli ha ricordato la somiglianza con Papa Giovanni, che reazione ha avuto?
«Anzitutto ha sorriso, poi si è schernito. E ha aggiunto quanto avrebbe poi detto pubblicamente ai fedeli. E cioè: "Il vostro vescovo ha detto delle cose, ma ha dimenticato qualcosa". Voleva dire che gli mancava la santità di Papa Roncalli. L'accostamento gli ha fatto certamente piacere, ma non l'ha riempito di orgoglio, anzi con quella risposta ha fatto capire che non è facile arrivare alla santità di Giovanni XXIII e quanto sia lunga quella strada».

La santità è stato un punto focale del discorso di Papa Francesco.
«Lo ha detto a chiare lettere. Papa Giovanni - cito dalle parole del Santo Padre - ha vissuto una purificazione che gli ha permesso di distaccarsi completamente da se stesso e di aderire a Cristo, lasciando così emergere quella santità che la Chiesa ha poi ufficialmente riconosciuto. Nelle parole di Gesù "Chi perderà la propria vita per me, la salverà" c'è anche la sorgente della bontà di Papa Giovanni, della pace che ha diffuso nel mondo, qui si trova la radice della sua santità: in questa sua obbedienza».

Con Papa Bergoglio lei ha potuto scambiare qualche parola in più. Cosa vi siete detti?
«È rimasto impressionato per la straordinaria partecipazione dei pellegrini, non solo numerica, e non solo per la calorosità e l'entusiasmo. Ha avvertito nella gente la consapevolezza della vicinanza della fede e il fatto che la venerazione verso Papa Giovanni nasce proprio dalla sua Chiesa, dalla sua terra, dalla sua diocesi».

Avete parlato della Chiesa di Bergamo?
«Quando gli ho presentato il rettore del seminario, mons. Pasquale Pezzoli, ha chiesto quanti fossero i diaconi, i novelli preti, gli studenti. È rimasto sorpreso nel conoscere i numeri del seminario e ha auspicato che ci siano nuove vocazioni, perché così la Chiesa di Bergamo possa dare i suoi sacerdoti alle diocesi che non ne hanno».

Sull'altare della Confessione c'era anche monsignor George Gänswein, il segretario privato di Benedetto XVI. Vi siete parlati?
«Come ho detto nella mia omelia in San Pietro, ricordo bene l'incontro con Papa Ratzinger durante la visita ad limina dei vescovi lombardi e per questo ho sottolineato le sue parole che definiscono Roncalli una "persona eccezionale". A monsignor Gänswein abbiamo chiesto tutti notizie sulla salute di Benedetto XVI e ci ha tranquillizzato: il Papa emerito sta bene».

Nel giorno dell'anniversario della morte, di fatto non si è parlato di quel momento, ma della vita di Roncalli. Lei quel 3 giugno del 1963 se lo ricorda?
«Avevo 12 anni, ma nella mente scorrono ancora quelle immagini che le prime televisioni in bianco e nero trasmettevano. Ho seguito tutta la diretta tv e ho ancora impresso i fotogrammi di quella sera».

È il 50° della morte di Giovanni XXIII, ma anche dell'elezione di Paolo VI.
«È vero, Montini fu eletto il 21 giugno. Anche lui è un segno della Provvidenza, che avvalorando la scelta dei cardinali ha permesso di dare continuità al Concilio Vaticano II».

Il pellegrinaggio è ormai finito. Quando si torna da un viaggio la valigia in genere è più pesante. È così anche per la sua?
«Non è più pesante. È più ricca. Il pellegrinaggio è una testimonianza di fede, di una Chiesa vissuta intensamente. Questo è il momento di raccogliere ciò che è stato seminato. Dobbiamo far tesoro di questa esperienza spirituale e ringraziare Padre Francesco per la sua disponibilità e benevolenza nell'averci accolto in San Pietro».

Al termine di queste giornate, quale invito vuole rivolgere ai bergamaschi?
«Viviamo un momento di grande complessità nel mondo. Il pellegrinaggio deve aiutarci a leggere i segni dei tempi, ai quali dobbiamo corrispondere con una freschezza che vogliamo risvegliare nell'animo di tutti. Quando dico che occorre rinnovare la fede non parlo di una cosa antica, ma fresca che si deve coltivare e trasmettere nella vita quotidiana, nei paesi, nelle parrocchie. Il pellegrinaggio termina a Roma, ma andrà sedimentato, porterà a riflettere. E aiuterà a crescere».

m.sanfilippo

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