Sabato 10 Agosto 2013

«Mario» è un ex pentito di mafia
Quattro ore in Questura

L'identità di «Mario» non è più un mistero. L'autore del messaggio in chiesa a Rho, di lettere e telefonate anonime sul caso Yara ora ha un nome: Domenico De Simone, 60 anni, originario di Cosenza, ma da tempo residente a Bergamo. È un ex collaboratore di giustizia in vicende legate al traffico di stupefacenti e alla criminalità organizzata. Lui stesso ha sostenuto di aver trascorso 16 anni in vari istituti di pena italiani.

Dal Sud, negli anni Novanta, si era trasferito a Bergamo con il nome di copertura di Mario Vinci: si temeva che gente del calibro di Nitto Santa Paola volesse farlo fuori. Ora vive con il fratello in un appartamento in città e dice di frequentare assiduamente la chiesa di via del Galgario, di don Eugenio Battaglia. La squadra mobile della questura di Bergamo - che sul suo conto aveva già un dossier - gli stava alle calcagna da qualche giorno, tanto da riuscire a rintracciare, spulciando i tabulati, un paio di cabine telefoniche in città, che utilizzava per le sue chiamate misteriose. Una delle cabine si trova proprio sotto la sede de L'Eco di Bergamo.

Venerdì mattina, dopo aver fatto recapitare una sconclusionata lettera in redazione, a sorpresa «Mario» si è presentato a L'Eco chiedendo di parlare con un giornalista. La polizia, però, era già in zona e proprio mentre l'uomo stava effettuando l'ennesima telefonata dalla cabina, gli agenti hanno compiuto un blitz e lo hanno portato in questura. Dopo quattro ore di interrogatorio, il racconto di De Simone è stato giudicato contraddittorio, sostanzialmente inattendibile.

«Non ci aiuterà a risolvere il caso», dicono gli investigatori. Ma nulla nelle indagini sulla morte di Yara può essere trascurato, ed è per questo che la polizia assicura: «Saranno comunque svolti tutti gli accertamenti per cercare riscontri alle sue dichiarazioni». Ovvero? «Verificheremo i registri ospedalieri del policlinico, per cercare di risalire alle due donne di cui parla». De Simone, infatti, sostiene di aver assistito a una discussione fra due donne al pronto soccorso di Ponte San Pietro. Colloca questa discussione in maniera confusa: pochi giorni dopo il ritrovamento del corpo di Yara (siamo a febbraio 2011) oppure poco dopo la sua scomparsa (novembre 2010). Una delle due donne sembrava ferita in una colluttazione e diceva all'altra di aver perso una catenina con le proprie iniziali «nella palestra».

La palestra di Brembate Sopra? Nel dubbio «Mario» ha voluto raccontare l'episodio agli inquirenti. Perché non subito? Perché prima le lettere anonime e l'intervista a L'Eco? «Sarei venuto in questura domani», ha detto agli investigatori. «Purtroppo si tratta di informazioni che ci fanno solo perdere tempo e sprecare inutilmente energie» è il duro commento del questore di Bergamo, Dino Finolli. Che aggiunge: «È ovvio che faremo tutti gli accertamenti del caso, come sempre, ma la testimonianza ci è parsa vaga e inattendibile». La polizia ha trasmesso un'informativa al pubblico ministero Letizia Ruggeri, che coordina le indagini sul caso Yara. Per il momento il magistrato non sembra intenzionata a iscrivere De Simone nel registro degli indagati per procurato allarme: «Sarebbe una perdita di tempo». La sua testimonianza sembra dunque destinata a finire fra le tante che, in due anni e mezzo, hanno alimentato un corposo faldone dedicato ai «mitomani» e destinato solo alla polvere dell'archivio. Si sa comunque che il profilo biologico di De Simone è stato acquisito per la prova del dna.

fa.tinaglia

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