Martedì 20 Agosto 2013

Troppe aree ancorate al passato
Treviglio cerca nuove identità

Ex Upim, ex mercato ortofrutticolo, ex Foro Boario, ex ospedale, ex distretto militare, ex Baslini, ex cinema Nuovo, ex cava Vailata, ex caserma austroungarica, ex Sai e, da metà settembre, probabilmente anche ex Pellicano.

Treviglio sembra essere la città degli «ex», pigra a lasciarsi alle spalle il proprio passato e a dare al nuovo un proprio nome, che sia un palazzo, un'area, una struttura. Il caso più emblematico è proprio nel cuore del centro storico: ormai dell'ex Upim, il discutibile palazzo Anni Settanta che sorgeva in piazza Garibaldi, resta poco o niente, essendo in avanzato stato i lavori per la costruzione del nuovo palazzo, con tanto di auditorium.

Come si chiamerà, resta per ora un mistero: ma più passa il tempo, più si corre il rischio che i trevigliesi continuino a chiamarlo ex Upim, benché nessuno, nella città della Bassa, abbia mai amato quella struttura che prese il posto del teatro Sociale. La querelle su quale sarà il nome del nuovo ex Upim - per usare un giro di parole - va avanti ormai da settimane, anche se il sindaco Giuseppe Pezzoni avrebbe già un'idea, che vuole però, per il momento, mantenere riservata.

«Inizierei col sottolineare che anch'io sono un ex, sindaco di Pagazzano per la precisione - scherza il primo cittadino trevigliese -. A parte le battute, nel 1957 Luciano Bianciardi pubblicava un volume dal titolo "Il lavoro culturale", recentemente rieditato. Nel testo si racconta il contrasto delle giovani generazioni di allora, il tentativo di impadronirsi della vita di una città di provincia per esserne protagonisti, quando tutto sembra cospirare per una conservazione del passato. L'ho letto in questi giorni e ci ho trovato la critica serena nei confronti dello stesso senso di stantio che riescono ad assumere alcune denominazioni per luoghi che, in Treviglio, sembrano assolvere contemporaneamente una funzione nuova, senza però perdere l'antica denominazione».

«Chi ci ha preceduto - aggiunge il sindaco Pezzoni - ha avuto il coraggio di cambiare, modificando la città nel tempo, non sempre, sia chiaro, facendo cose eccelse: basti pensare al passaggio dal teatro all'Upim per avere un'idea anche dei disastri che si possono fare. Da un po' di tempo, però, sembra che le funzioni passate prevalgano sull'uso odierno. Si tratta ora quindi di ridare ai luoghi un'identità e una funzione per la città dell'oggi».

La sfida più grande è sicuramente l'ex Upim: «Una sfida che ci è stata consegnata dall'improvvida apertura del cantiere quando la precedente maggioranza era a un mese dalla fine del mandato - prosegue il primo cittadino -: speriamo di farcela con le nuove destinazioni che abbiamo individuato, e col nuovo nome che stiamo pensando».

Ma ci sono anche altri luoghi «ex» eccellenti. L'area dell'ex mercato ortofrutticolo, da anni ristrutturata, non ha mai cambiato nome. Stesso discorso per l'ex distretto di via XXIV Maggio. Capitolo a parte per l'ex Foro Boario, che ogni anno ospita le fiere e le feste di partito e che l'Amministrazione vorrebbe vendere: nessuno la chiama «Area feste» e per tutti resta l'ex Foro Boario.

All'incrocio tra viale Piave e viale De Gasperi svetta da ormai qualche anno il moderno palazzo sorto sulle ceneri del deposito degli autobus della Sai autolinee. Si chiama «Al centro», ma come lo chiamano tutti in città? Ovviamente «ex Sai». Nel cuore del centro c'è l'ex cinema Nuovo: in questo caso, però, il futuro dell'edificio non è ancora chiaro, dunque altro modo per chiamarlo forse davvero (ancora) non c'è.

Vicino alla stazione ferroviaria Ovest sorge un edificio che qualcuno ha erroneamente definito ex caserma austroungarica, benché lo stabile, ora fatiscente, ha ospitato pure la prima stazione della città, ma proprio mai una caserma.

Non lontano un altro «ex» eccellente, in questo caso un'intera area: l'ex Baslini. Difficile che i trevigliesi la chiameranno altrimenti anche quando sorgerà il nuovo quartiere. Forse l'unico «ex» che i trevigliesi dovrebbero mantenere è per la cava Vailata. Un auspicio perché non diventi davvero una discarica di amianto.

Fabio Conti

a.ceresoli

© riproduzione riservata