Sabato 12 Ottobre 2013

Il ricordo: «La passione per l'uomo
e lo spirito del Concilio»

Parroco sino alla fine. Fino all'ultimo respiro. Ha voluto sempre e soltanto essere padre della sua comunità di Redona e della Chiesa. La parrocchia, per lui, non è mai stata un ripiego ma una scelta precisa d'incarnazione e perseguita fedelmente, un laboratorio di idee e di fraternità. È stata la sua vita e la sua salvezza. Lui non ha cercato altro.

E, poi, bisogna partire dall'amore offerto e sofferto per la sua Chiesa di Bergamo per capire qualcosa di quest'uomo. È stato un punto di riferimento per molti laici della città, credenti e non, un pastore aperto al dialogo con tutti coloro che avevano a cuore la città, la cultura, il bene dell'uomo. Essere preti vuol dire lavorare per una Chiesa che sia innanzitutto per l'uomo, a servizio dell'umanità. Nel confronto con l'altro, egli anteponeva sempre l'ascolto delle sue domande, riportandolo alla fiducia che abitava nel loro cuore: la verità va cercata insieme nel dialogo. Era la sua cifra pastorale. L'aveva imparata alla scuola del Vangelo, dello stile umanissimo di Gesù.

Ci ha allenato alla passione per l'uomo, anzi all'umano, a stare accanto - come fa un pastore autentico - all'umanità ferita, emarginata, messa in un angolo dalla vita. L'uomo va sempre difeso, perché questa è la logica di Dio stesso. Il Vangelo è tutto qui: difendere e riscattare l'umano in cui Dio ha deciso di raccontarsi, e per il quale la Divina Tenerezza (così egli amava «definire» Dio) si spende fino alla follia. E ricomporlo nella fiducia nella vita. Per don Sergio la carità, i poveri, i deboli, erano il tutto per cui il Vangelo è promessa. Ci ha anche educato ad amare questo mondo, contro il quale (con poco amore) c'è sempre qualche devoto pronto a scagliarsi, ritenendolo ormai una bagnarola alla deriva, irreversibilmente votato alla deflagrazione. Non ha mai ceduto (né creduto) ai catastrofismi. Non ha mai cercato di «rottamare» il mondo anche quando era evidente che il mondo remava contro se stesso. Ma il mondo, la storia, per don Sergio, erano - sono - «luoghi teologici» dove Dio semina tracce di sé e non strutture minacciose da condannare. Don Sergio, finissimo e acutissimo pensatore (non avrebbe amato questa categoria), affondava il coltello dell'indagine fra le pieghe di questa stagione culturale turbolenta e disorientata che va sotto il nome di post-modernità.

È con questa cultura che il cristianesimo è chiamato a confrontarsi, senza rancore né risentimento, ma con quell'instancabile e paziente cordialità - non ingenua (don Sergio sapeva vedere le derive autistiche della tardo-modernità narcisista, nichilista e tecno-scientifica) - che aveva assimilato masticando e rimasticando la lezione del Concilio Vaticano II. A quella «rivoluzione copernicana» ecclesiale, egli ha dedicato studio e passione. Il Concilio e la Parola sono stati, insieme, l'inesauribile fonte d'ispirazione pastorale: «bussola» per il discernimento dei «segni dei tempi», rotta indefettibile di ogni pratica concretissima. Ha lavorato alacremente in diocesi per difendere il metodo pastorale conciliare, affinché il Concilio non rimanesse lettera morta o un totem cui rivolgersi nostalgicamente.

Desiderava, invece, che lo «spirito» del Vaticano II irrorasse i cammini ecclesiali delle comunità. Amava la Chiesa di Bergamo, anche se non si stancava di segnalarne i ritardi, i passi indietro. Una Chiesa che sembrava non voler raccogliere la sfida drammatica del cambiamento in atto. A fronte di una sfacciata scristianizzazione e perfino «ex-culturazione» della fede dalla società, don Sergio invitava i cristiani a non imboccare le comode scorciatoie del sacro o del religioso ma ad osare la «via evangelica», il ritorno genuino al Vangelo dove al cuore c'era l'«umanità di Dio» che veniva all'uomo in Gesù di Nazareth. Ed è morto con questo dolcissimo pensiero nel cuore.

Massimo Maffioletti
Parroco di Longuelo

fa.tinaglia

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