Mercoledì 16 Ottobre 2013

Bergamo sappia guarda in faccia
anche le diversità e le povertà

Piccolo è bello. La Bergamo abitabile si riscopre a misura d'uomo, a dimensione di quartiere. «Visto come centro di vita e aggregazione», spiega Giorgio Gandola, direttore de L'Eco di Bergamo, presentando a Bergamo Tv i risultati del quinto modulo de L'Eco Lab, dedicato alla città abitabile. «Un quartiere che diventa un luogo "coccoloso", dove ritrovare una certa serenità». Tanto più ambita e necessaria in una città che fatica comunque a trovare equilibrio tra le sue componenti. E che deve trovare il coraggio di guardare dentro le sue zone d'ombra, i poveri e la marginalità: perché Bergamo oggi è anche questa.
«Il vero cuore pulsante è nei quartieri», conferma Alessandro Trotta, presidente della Circoscrizione 1: «E realtà come gli oratori ne sono i perni: ripartiamo da questa dimensione». Con risultati sorprendenti «anche in fasce d'età più complesse come i 30-40 enni, dove l'associazionismo è una realtà forte, capace di animare pezzi di quartieri colpiti dal degrado. O il fenomeno dei Comitati. Le iniziative non mancano», spiega a Max Pavan.
Ma nel tessuto sociale è fondamentale la presenza dell'esercizio pubblico «che diventa un punto di riferimento del quartiere, un luogo di familiarità», aggiunge Gigi Parma, imprenditore nel settore della ristorazione e responsabile Commercio di Assoimprese. «Bergamo non è una città morta, bisogna solo creare le condizioni per farla vivere meglio». Bisogna pensare a formule su misura «come l'esperienza felice di piazzale degli Alpini nel 2009. trasformato in un luogo d'aggregazione e strappato al degrado. Purtroppo spesso scommesse del genere vengono frenate dalla burocrazia». E dai rapporti tesi con i vicini: «Io credo che sia il gestore a fare il locale, cominciando dal rispetto delle regole e l'attenzione alla giusta convivenza».
Un equilibrio comunque difficile: «La città stessa ci insegna a leggerla, e dobbiamo essere capace di vederla come tante tessere di un mosaico, valorizzando le singole specificità e qualità. Replicare lo stesso modello in ogni quartiere è sbagliato», osserva Claudio Angeleri, direttore del Cdpm, il Centro didattico produzione musica. «Dobbiamo rispettare i luoghi, come del resto diceva già Le Corbusier nel 1949, parlando di Città Alta. Ogni realtà ha la sua vocazione».
E una dimensione spesso sorprendente, come emerge dalla volontà emersa ne L'Eco Lab di riprendersi spazi storici, ora quasi preclusi per divieti e insicurezza, come i cortili: «Bergamo offre tanti servizi per i bambini, ma il loro affidamento durante le ore lavorative dei genitori è un problema. Sarebbe utile pensare al coinvolgimento delle associazioni esistenti, faciltandone il dialogo», spiega Renato Bresciani, direttore del dipartimento Assi dell'Asl. «Esistono tante città: quella dei giovani, degli anziani, delle istituzioni. Sono legate da rapporti formali, ma anche informali, come il negozio di quartiere, le realtà associative: tanti bisogni da inserire in un negoziato sempre aperto». Perché i bisogni sono come la realtà, in continua evoluzione. Situazione ben emersa dai contributi video realizzati dai ragazzi dell'Università, partner de L'Eco Lab insieme ad Ipsos, l'istituto di ricerca di Nando Pagnoncelli. «Ma i quartieri hanno la ricchezza di servizi da offrire anche agli adulti, sono un luogo dove sperimentare».
Trovando risposte anche alle nuove emergenze. «A Bergamo esiste una cultura del volontariato che non ho trovato altrove», osserva Gandola. Bresciani conferma, e don Resmini fa qualche (importante) distinguo: «L'ascolto dipende dall'orientamento al quale il volontariato tende». Quindi se si entra nel terreno dell'emarginazione grave «si tende spesso a mettere le mani avanti, e il volontariato si ritrova solo: troviamo difficoltà d'accettazione da parte della città. Spesso la nostra presenza è vista come ingombrante». Una situazione che deve portare Bergamo «a farsi un esame, perché una città abitabile deve anche accendere la luce su quello che i suoi abitanti non vogliono vedere. E i poveri appartengono alla città». Sono forse il volto più evidente di quella fragilità che caratterizza anche una città come la nostra: «Invisibile perché non la si vuol vedere, ma vuole dire la sua. Bergamo deve riscoprire una miseria che oggi appartiene alla quotidianità di molte persone, che la vivono comunque con dignità e non rabbia», ricorda don Resmini. «Spesso la politica ci pone una domanda, preoccupata solo dell'efficientismo: quanti ne recuperi? Mai quanti ne incontro: ma è attraverso l'incontro che queste persone vivono». E spesso gli steccati ci sono proprio tra le nuove generazioni «che dovrebbero essere invece più portate al dialogo. Mi preoccupa una cultura strisciante di questo genere che cresce ogni giorno, e sottolinea soprattutto la paura». COMMENTA SUL BLOG DE L'ECOLAB

Dino Nikpalj

a.ceresoli

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