Bergamasco testimone a Tripoli
«Libertà negli occhi dei giovani»

Un imprenditore bergamasco, Massimo Sironi, si trova a Tripoli e ha assistito ai festeggiamenti per l'uccisione di Gheddafi: «Qui tutti i ragazzi sparano in aria, urlano, cantano e ringraziano gli italiani».

Bergamasco testimone a Tripoli «Libertà negli occhi dei giovani»

«Ero in ufficio, abbiamo sentito un grande rumore, gli spari, poi siamo usciti e abbiamo visto tutti questi ragazzi che urlavano "l'hanno preso, l'hanno preso". Le strade sono piene di gente, bandiere, tutti sparano in aria». Massimo Sironi, bergamasco amministratore delegato dell'azienda Cebex che si occupa di import-export, giovedì 20 ottobre era a Tripoli nel momento in cui il mondo intero veniva a sapere della morte di Gheddafi.

«Fino a ieri si leggeva la speranza negli occhi di questi giovani rivoluzionari - ha spiegato al telefono -. Oggi si legge la gioia per un Paese finalmente libero. Sono studenti, dai 20 ai 30 anni, che si sono riversati nelle strade con fucili e bandiere. Cantano, urlano, sparano in aria. Quando hanno visto che eravamo italiani ci hanno applaudito e ringraziato. Mi auguro che questo Paese diventi democratico e che si possano fare delle elezioni».

Sironi è il Libia da cinque giorni per lavoro: «E' quasi una settimana che a Tripoli manca l'acqua, è difficile trovare il pane, il caffè, ci sono le code ai pozzi. Sono aumentati i prezzi dei generi alimentari ma è diminuito il costo della benzina. Con un euro ne compriamo 14 litri. A noi italiani vogliono bene, anche se la nostra politica non è stata molto coerente su Gheddafi».

Mentre Sironi è al telefono, si sentono distintamente gli spari. «Facciamo esportazioni in Libia dal 1964 e con Gheddafi abbiamo sempre lavorato senza problemi. Certo, c'erano i controlli ed era un regime totalitario, però lavoravamo bene nel rispetto delle leggi. Per la sua gente, comunque, aveva fatto tanto. Io non l'ho mai incontrato ma fa tristezza vederlo finire in quel modo, mezzo nudo, come stanno facendo vedere in tutte le televisioni».

«È stato un uomo che, nel bene e nel male, ha fatto la storia del suo Paese per 40 anni», continua Sironi.

Dov'era quando ha saputo della morte di Gheddafi?
«Nell'ufficio di rappresentanza dell'azienda qui a Tripoli, dove la mia famiglia vive dal 1964: abbiamo visto il prima, il durante e ora, per fortuna, vedremo anche il dopo Gheddafi. Poco fa ho sentito gran rumore, sono uscito e ho sentito dire che era stata conquistata Sirte e che l'avevano preso».

Cosa ha visto dalla finestra?
«Strade piene di gente. Vedo abbracci, canti, balli e spari in aria di questi giovani rivoluzionari. Sono studenti e nei loro sguardi, fino a ieri, potevi leggere la speranza e la voglia di libertà».

Quando ha sentito le prime avvisaglie di questa rivolta?
«Non ero qui quando è scoppiata. Ero rientrato a Bergamo a fine 2010 e sono tornato 5 giorni fa: avevamo nel frattempo già chiuso tutti i cantieri prima che scoppiasse il caos, non avevamo qui uomini o mezzi. Sono voluto tornare perché incuriosito: volevo sapere come stavano gli amici e capire la situazione».

Come vede il futuro della Libia?
«Speriamo non arrivino i talebani. Il grido nelle strade è "Allahu Akbar", ovvero "Dio è grande". Ho mangiato pane e Libia da sempre e mi auguro, per il bene di questo Paese, che diventi una democrazia, che ci siamo delle elezioni. La gente è brava, il paese bello e a noi italiani vogliono bene, checché se ne dica. Per tanti la nostra politica ha tradito la Libia e per qualcuno non siamo stati molto coerenti».

Com'è cambiata la situazione dalla sua ultima visita a oggi?
«Ho trovato questa grande speranza nel popolo, ma non cambiamenti sostanziali. Le città erano semi paralizzate, negozi e banche chiusi, poco denaro, alimentari a prezzi altissimi. A Tripoli da cinque giorni mancava l'acqua: chi, come me, ha il pozzo in casa non ne ha risentito, ma gli altri erano in fila alle fontane e ai camion per l'acqua. Solo la benzina è diminuita. Con un euro facciamo 14 litri».

Ascolta un passaggio dell'intervista a Sironi e leggi il testo integrale su L'Eco di venerdì 21 ottobre.

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