Donne maltrattate, piaga sociale 296 casi di nuove richieste di aiuto

Donne maltrattate, piaga sociale
296 casi di nuove richieste di aiuto

Sono 296 le donne che si sono rivolte al centro antiviolenza Aiuto Donna di Bergamo nel 2014: 296 nuovi casi di richiesta di aiuto da parte di donne maltrattate, arrivate da città e provincia.

I dati elaborati dall’associazione, relativi all’anno scorso e presentati venerdì 6 marzo in conferenza stampa, disegnano un quadro che purtroppo non riserva alcuna sorpresa: nessun calo dei numeri rispetto agli anni scorsi e nessuna novità per quanto riguarda l’identità delle donne, quella degli uomini maltrattatori e le dinamiche della violenza.

Nella gran parte dei casi a chiedere aiuto sono state donne italiane, sposate e con figli. A maltrattarle per lo più sono uomini italiani, mariti e conviventi o comunque ex partner, occupati con un reddito medio e senza problemi particolari. Nella maggior parte dei casi la violenza è psicologica e fisica (anche se non mancano violenza sessuale ed economica), dura da anni e raramente è stata denunciata.

Donne normali, dunque, che vengono maltrattate da uomini normali, per anni, all’interno della sfera familiare. Questo continua ad essere il quadro della violenza contro le donne nel territorio bergamasco, che si aggrava ancora di più se si tiene presente che, secondo l’Istat, per ogni donna che racconta o denuncia ce ne sono almeno otto che subiscono in silenzio tra le mura di casa.

I numeri relativi alla Bergamasca, così come quelli che si riferiscono alla situazione italiana nel suo complesso, rendono il fenomeno della violenza di genere una vera e propria piaga sociale. Da non dimenticare è il fatto che in Italia ogni due giorni una donna viene uccisa dal proprio compagno o ex compagno, e che quasi sempre il femminicidio è stato preceduto da lunghi periodi di maltrattamento.

«Il centro antiviolenza è un luogo di donne per donne - ha detto la presidente di Aiuto Donna, Oliana Maccarini, durante la conferenza stampa -. Ci occupiamo di un problema che troppo spesso viene ancora considerato come un fatto privato e invece è un fenomeno sociale, collettivo, perché la violenza contro una donna è una violazione dei diritti umani, come sancisce la Convenzione di Istanbul. È importante che si sappia che esistono luoghi come il nostro centro, che offrono consulenza gratuita e che garantiscono segretezza alle donne».

«Qui arrivano donne confuse e smarrite - ha raccontato Serena Cerri, una delle psicologhe che prestano servizio all’interno della struttura -. Hanno paura di raccontare quello che subiscono perché temono la reazione del loro compagno violento e perché spesso non hanno nessuno che può sostenerle concretamente. Quando arrivano da noi scoprono che c’è la possibilità di essere tutelate e supportate, e cominciano un percorso di uscita dalla violenza che è fatto soprattutto della loro consapevolezza, noi le accompagniamo senza mai prendere decisioni al loro posto».

«Spesso le donne non denunciano la violenza perché sono convinte di non avere diritti - ha detto Cecilia Consonni, avvocato civilista di Aiuto Donna -. Qui invece, oltre a trovare ascolto e supporto, scoprono anche che esiste un sistema giudiziario che le tutela. Il problema è far coincidere i tempi della donna con quelli dei tribunali, che troppo spesso sono lenti e non rispondono al bisogno reale».

«Vogliamo far sapere alle donne che se trovano il coraggio di denunciare avranno la possibilità di essere tutelate, che non sono sole - ha aggiunto Marcella Micheletti, avvocato penalista -. La procura e il tribunale di Bergamo sono molto attenti sul tema della violenza di genere. Solo le forze dell’ordine ogni tanto mancano di attenzione, perché non sempre quando intervengono in situazioni di violenza informano la donna, come dovrebbero, sul fatto che esistono posti come Aiuto Donna».

«È fondamentale - ha concluso Oliana Maccarini - che si investa nel lavoro dei centri antiviolenza perché le donne che decidono di uscire dalla violenza abbiano sostegno concreto. Ed è necessario anche puntare alla prevenzione, perciò intraprendere iniziative sul piano legislativo ma anche e soprattutto lavorare sul piano culturale, per promuovere un’immagine della donna che superi gli stereotipi e abbia nella libertà e nell’autodeterminazione i propri capisaldi».


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