«Due treni strapieni compattati in uno Ritorno da Monza da inferno dantesco»

«Due treni strapieni compattati in uno
Ritorno da Monza da inferno dantesco»

«Da quattro anni vado a Monza in treno e so bene quali sono le condizioni dei convogli e quali disagi devono affrontare ogni giorno i viaggiatori. Venerdì 14 novembre, però, credo si sia verificato un caso quasi da record».

«Monza: ore 18,19. Sono in attesa dell’arrivo del treno 10787 che parte da Milano Porta Garibaldi e arriva a Bergamo. Poiché è il primo treno a partire all’interno della “fascia protetta garantita” dopo lo sciopero dei trasporti è presumibile che sia un po’ più affollato del solito. Per verificarlo, però, bisogna attendere perché il tabellone elettronico continua ad aggiornare il ritardo del regionale per Bergamo».

«In un continuo stillicidio di annunci di ritardi crescenti, l’attesa prevista si stabilizza sui 30 minuti. Arriva il treno. È composto da vagoni ad un solo piano. Appena si ferma al binario 4 comincia a scendere una decina di persone. Non sono viaggiatori arrivati a destinazione, ma sono ugualmente costretti a scendere per permettere ad altri di uscire. Una volta conclusa l’operazione risalgono tutti e anch’io salgo a bordo».

«La scena in cui mi trovo è da girone dantesco. Bloccato nell’atrio tra uno scompartimento e l’altro conto le persone. Siamo in 32 in circa 4 metri quadrati di spazio. Evito la descrizione degli odori che si sono sprigionati in tale condizione e la temperatura da foresta tropicale in cui sono improvvisamente piombato. Il treno, però, resta fermo».

«Perché? Per il semplice fatto che le porte non si riescono a chiudere. Arriva la geniale capotreno che ci suggerisce testualmente di “compattarci” (nemmeno fossimo rifiuti solidi da smaltire) per permettere alle porte di chiudersi. Ebbene riusciamo a “compattarci” e possiamo partire. Ad ogni singola fermata (Arcore, Carnate, Paderno, Calusco) si ripete la stessa storia. La gente scende, molti risalgono, altri nuovi pendolari si aggregano lungo la strada per Bergamo, ci “compattiamo” e via. Intanto il ritardo è cresciuto fino a 50 minuti».

«Ma a questo punto l’importante è arrivare a destinazione. Arrivati a Terno il treno si ferma e sentiamo la voce della capotreno che chiede a tutti i passeggeri di scendere perché sul vagone c’è una signora che non si sente bene. Inizia allora la ricerca di un medico a bordo. Intanto ci spostiamo tutti sul marciapiede del binario per poter respirare un po’ d’aria. Finalmente il medico arriva e si prende cura della povera pendolare».

«La capotreno ci informa che il treno non ripartirà finché non sarà arrivata un’ambulanza. La voce dall’altoparlante della stazione ci comunica che il treno successivo diretto a Bergamo sarebbe giunto con 15 minuti di ritardo. Nel frattempo tutti i superstiti del 10787 si sono radunati sul primo binario in attesa del 10789. All’arrivo del nuovo treno sembra di assistere all’assalto alla diligenza».

«I viaggiatori di due treni strapieni “compattati” in un unico convoglio. Una sofferenza intensa ma di breve durata. Dopo 5 minuti di viaggio in cui non ho nemmeno la possibilità di grattarmi la punta del naso, alla stazione di Ponte San Pietro scendo. Esausto. Controllo l’ora: 19,54. 1 ora e 35 minuti tra attesa e viaggio, ma mi sono sembrati un’eternità. E lunedì si riparte».

Lorenzo Pagnoni


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