Ex questore, nuove accuse «Divulgò segreti d’ufficio»

Ex questore, nuove accuse
«Divulgò segreti d’ufficio»

Accesso abusivo al sistema informatico del Viminale e divulgazione del segreto d’ufficio. Anche questi due reati vengono contestati all’ex questore Dino Finolli, nell’ambito dell’inchiesta Maxwork dei pm Maria Cristina Rota e Fabio Pelosi. Reati che, secondo la Procura, avrebbe commesso in concorso con la moglie Annamaria Pizzi, in servizio alla Polizia ferroviaria di Bergamo.

Stando al poco che trapela dall’indagine, non è chiaro stabilire se e a chi sia stato divulgata l’informazione riservata. Per gli inquirenti l’ex questore sarebbe entrato nello Sdi, la banca dati penale delle forze dell’ordine tramite la quale si può sapere, ad esempio, se una persona ha precedenti di polizia e dove si può attingere ad altre notizie che dovrebbero restare coperte dal riserbo (controlli, armi, denunce, proprietà di abitazioni). Per fare un favore a un amico? Questa è una delle ipotesi che circolano tra chi indaga, anche se non c’è ancora la certezza ufficiale che questa informazione sia stata realmente rivelata da lui (o dalla moglie). Il reato, tra l’altro, è di competenza della Direzione distrettuale antimafia e così non è escluso, sempre che l’ipotesi investigativa regga nel prosieguo dell’inchiesta, che tale presunto episodio sia sottoposto a una stralcio e spedito alla Procura generale di Brescia. Era successa la stessa con l’inchiesta sui carabinieri della compagnia di Zogno. La posizione di alcuni militari che avevano compiuto accessi abusivi al sistema informatico del ministero dell’Interno erano state sganciate dall’indagine principale e dirottate a Brescia.

Finolli, secondo gli investigatori, deve rispondere anche di istigazione alla corruzione, indebita induzione e peculato. L’episodio che lo riguarda è un pranzo alla Taverna del Colleoni, in piazza Vecchia, organizzato da lui stesso nell’autunno scorso, quand’era ancora questore, con il direttore dell’Inps di Bergamo Angelo D’Ambrosio e l’amico Giovanni Cottone, in quell’occasione nelle vesti di facilitatore della Maxwork, azienda di mediazione di lavoro interinale gravata da un debito milionario in tema di contributi. Cottone al tavolo di quel ristorante s’era seduto per chiedere una dilazione del debito. La presenza dell’allora questore aveva messo in imbarazzo il direttore dell’Inps che aveva rivelato l’episodio al colonnello Antonello Reni, all’epoca comandante del nucleo di polizia tributaria della Finanza di Bergamo. L’ufficiale aveva però omesso di inserire il nome di Finolli nell’informativa spedita in Procura e questo gli era costato il trasferimento. Secondo gli inquirenti, questa dimenticanza sarebbe il frutto della pressione di un uomo molto potente, che figurerebbe tra gli indagati ma il cui nome non è ancora venuto a galla. Sia come sia, l’atteggiamento del questore in merito al famoso pranzo, stando a chi indaga, ha una duplice lettura. Induzione indebita, perché con la sua presenza avrebbe creato una larvata pressione su D’Ambrosio a concedere l’ok alla rateizzazione. Istigazione alla corruzione, perché organizzando l’incontro e presenziandovi avrebbe messo nella condizione l’amico Cottone di cercare di strappare la dilazione al direttore dell’Inps. «Alla fine il parere di D’Ambrosio è stato negativo (dalla direzione generale di Roma poi la rateizzazione fu concessa, ndr) – s’è sempre difeso Finolli –, e allora io che pressione avrei esercitato?».

Intanto dalla sede di via Zambonate a Bergamo della Maxwork, gli amministratori - indagati per truffa ai danni dell’Inps l’ad Giampiero Silan e il presidente Placido Sapia - hanno acquistato per la seconda volta (la prima sabato) mezza pagina pubblicitaria de L’Eco di Bergamo per raccontare la loro verità sui motivi che hanno portato alle richieste di rateizzazione dei versamenti Inps. In primis, i «14 milioni di euro di crediti non pagati da grandi aziende italiane, tutti azionati in via giudiziale per il recupero» e quindi la necessità per Maxwork di chiedere la dilazione dei versamenti all’istituto previdenziale. La società ha «ottenuto – precisano gli amministratori, riferendosi anche a quanto dichiarato a L’Eco da un ex direttore dell’Inps di Bergamo – la concessione della rateizzazione richiesta solo in quanto erano state rispettate tutte le condizioni previste per il suo rilascio». Per concludere: «Appena avremo la possibilità, le nostre risorse verranno impiegate per saldare i debiti residui anche in via anticipata».


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