Giovani generazioni aiutate dai genitori E in pensione con un terzo dello stipendio

Giovani generazioni aiutate dai genitori
E in pensione con un terzo dello stipendio

Ora vivono da soli ma per riuscire a sbarcare il lunario devono ricorrere a un aiuto mensile dei genitori, fra quarant’anni, quando lasceranno il lavoro, riceveranno una pensione che sarà un terzo del loro reddito abituale.

La chiamano generazione Millenials, perché nata a cavallo del Millennio, ma si dovrebbe chiamare generazione Mille (euro) la cifra media di reddito sulla quale calibreranno gran parte della loro vita. Questo il destino dei giovani secondo la narrazione di uno studio Censis incrociato con il libro di Giuseppe Guttadauro «La pensione dei liberi professionisti. Quale futuro?».

Secondo il Censis, nel 2014, dai conti correnti dei genitori verso quelli dei figli fra i 18-34 anni che vivono per conto proprio «sono passati circa 4,8 miliardi di euro» di regolari pagamenti mensili. Sarebbero quindi «948 mila giovani, sui 4,4 milioni che vivono da soli» a non riuscire a coprire «le spese mensili con il proprio reddito». Inoltre, si possono stimare «in più di 2,7 milioni i giovani fra i 18 ed i 34 anni perseguitati dall’incubo delle bollette di luce, gas telefono fisso e mobile e in 623 mila quelli il cui equilibrio finanziario è intaccato dalle spese condominiali».

Ma se una gioventù grama è lo scotto che quasi tutte le generazioni hanno pagato (basta pensare ai giovani che nel secolo scorso si sono trovati in guerra), dura è la prospettiva che attende i giovani professionisti. Per questi è forte il rischio di avere una pensione molto bassa anche con quaranta anni di lavoro: con il sistema di calcolo contributivo - spiega Guttadauro - l’aliquota tra il 10% e il 14% prevista per le casse privatizzate darà luogo a trattamenti previdenziali di circa un terzo del reddito da lavoro pur uscendo dall’attività oltre l’età di vecchiaia prevista per i dipendenti (66 anni e 3 mesi per gli uomini, dal 2016 66,7).

Qual è il punto. Il lavoratore dipendente destina più del 40% del suo reddito all’Inps e alla Previdenza. Nessun privilegio dunque per i dipendenti, anzi: il sistema contributivo prevede che a pochi contributi corrispondono pensioni basse. La situazione dovrebbe invece essere meno pesante per i giovani avvocati e giovani veterinari dato che per loro è in vigore ancora il privilegio del sistema reddituale.

Più pesante la situazione di un commercialista. Con un reddito medio annuo di 40.000 euro e un contributo previdenziale soggettivo del 12%, questi andrà in pensione a 68 anni, dopo 40 anni di lavoro e un montante contributivo inferiore a 200.000 euro con un importo annuo di pensione inferiore a 12.000 euro (meno di 1.000 al mese compresa la tredicesima) e un tasso di sostituzione del reddito di circa il 30%.

Il calcolo è fatto con un’ipotesi di invarianza dei prezzi e di potere d’acquisto inalterato (inflazione zero). E il dato - spiega Guttadauro - potrebbe ancora peggiorare nei prossimi anni dato che i coefficienti di trasformazione vengono aggiornati alla speranza di vita (già l’anno prossimo è previsto un ritocco).


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