I lampioni di Renzi

I lampioni di Renzi

«Quando arrivò il commissario Cottarelli, come prima decisione per risparmiare mi propose di spegnere un’ora prima i lampioni delle città. Una follia. È importante tagliare, ma con intelligenza».

Così Matteo Renzi ha liquidato un anno di lavoro d’un professionista serio come Carlo Cottarelli, che aveva pianificato ben altro. L’ha azzerato con una battuta, facendogli fare la figura dello sciocco. Forse la nonna del premier non gli ha mai detto di spegnere la luce quando usciva da una stanza con gli stessi bermuda che qualche volta sembra indossare anche a palazzo Chigi. Prigioniero dei suoi lazzi, il presidente del Consiglio tende a svillaneggiare chi non è fedele alla linea. Cottarelli non lo era. Sapeva che un Paese con i conti a posto non avrebbe potuto prescindere da una spending review impegnativa e dolorosa per lo Stato, e questo atteggiamento renziano da dottor Divago sul cruciale tema «tagli» (i lampioni no, i funzionari no, le pensioni d’oro no, gli enti inutili no) non avrebbe prodotto nulla di buono.

Cottarelli se n’è andato. Il debito pubblico non solo è rimasto, ma è aumentato. A ottobre è salito a 2.211 miliardi, 19,8 miliardi in più, molto vicino al primato storico del maggio 2014: 2.218 miliardi (fonte Bankitalia). Oggi, mentre Renzi se la ride nei confronti della riduzione della spesa o - ancora peggio - fa solo finta di applicarla, ogni italiano ha un debito di 37.000 euro. Lo scenario è preoccupante, anche perché l’ultima Finanziaria è stata allestita in deficit, come se potessimo permettercelo. Nei sette anni di crisi gli unici a sottoporsi a sacrifici concreti sono stati i cittadini. E la politica? Fischietta sotto i lampioni. Accesi.


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Giorgio Gandola Direttore de L'Eco di Bergamo

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