Mercoledì 26 Settembre 2012

Intercettazione, è ancora scontro
Sulla frase di Fikri resta l'incertezza

A distanza di quasi due anni sembra destinato a riaprirsi lo scontro sul significato dell'intercettazione telefonica che il 4 dicembre del 2010 aprì le porte del carcere a Mohamed Fikri e che tre giorni dopo - a seguito di traduzioni completamente diverse - lo rimise in libertà.  

La prima a chiedere che venga fatta chiarezza, al di là di ogni ragionevole dubbio, è la mamma di Yara, Maura Gambirasio, che lunedì mattina nel corso dell'udienza per l'archiviazione del fascicolo a carico di Fikri si è alzata e, a sorpresa, ha preso la parola: «Perché quella frase è stata tradotta prima in un modo, poi in un altro? Da mamma – è stato il suo appello – chiedo solo che non si chiuda questa piccola porta se prima non si è fugato ogni dubbio».

Secondo la prima traduzione, Fikri disse: «Perdonami, Allah, non è quella che ho ucciso io, ascoltami». Secondo i quattr ointerpreti successivi, Fikri disse: «Allah, ti prego, fa che risponda». Una versione che collima con la linea difensiva del fermato. Fikri infatti si era giustificato così: quando pronunciò quelle parole, stava telefonando a un suo amico tunisino a cui aveva prestato 2 mila euro per sposarsi, e cercava di contattarlo per pretendere la restituzione dei soldi. L'amico tunisino, identificato e interrogato, confermò la circostanza del prestito.

A distanza di 22 mesi la mamma di Yara e il suo avvocato, Enrico Pelillo, invocano una super perizia. Il giudice accoglierà la loro richiesta? La decisione alla prossima udienza, il 4 ottobre.

La strada verso l'archiviazione sta dunque diventando un'odissea per Mohammed Fikri. A decretare un ulteriore allungamento dei tempi di archiviazione di Fikri, a questo punto, potrebbe essere solo l'eventuale decisione del giudice di disporre una nuova traduzione della ormai famosa frase intercettata.

Intanto, in relazione al dibattito tra i periti sulla contaminazione o meno del Dna trovato sui resti di Yara, e allo scopo di chiarire ogni dubbio sulla «pulizia» di quanto rilevato, il Dna venne preso anche all'aeromodellista che ritrovò il cadabvere di Yara.

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a.ceresoli

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