«La Lombardia non tagli i fondi alla sanità ospedaliera»

«La Lombardia non tagli i fondi
alla sanità ospedaliera»

Il vicepresidente del Gruppo San Donato: «L’assistenza sul territorio va riorganizzata ma non a discapito degli ospedali. Nel pubblico possibili risparmi con nuovi criteri gestionali»

«Non c’è alcun bisogno di riformare la sanità italiana. Per farla funzionare meglio, anzi, bene, sarebbe sufficiente applicarle i modelli virtuosi seguiti in Lombardia, nulla di più. Per il resto, non solo è uno tra i migliori sistemi sanitari del mondo, ma anche tra i più efficienti, dato che spendendo solamente il 9,2% del prodotto interno lordo riesce a coprire l’intera popolazione fornendo moltissimi servizi, la maggior parte dei quali di alto livello». Parola di Paolo Rotelli, giovanissimo vicepresidente (ha solo 25 anni) del Gruppo ospedaliero San Donato, il più grande gruppo italiano di ospedali privati, con un fatturato annuo di quasi 1.500 milioni di euro, oltre 15 mila dipendenti, 18 ospedali (17 in Lombardia, uno in Emilia) che curano 4 milioni di pazienti l’anno.

E per far funzionare meglio la sanità lombarda?

«Regione Lombardia ha già messo mano alla riforma presentando anche un “libro bianco” contenente i principi ispiratori della nuova sanità lombarda, che si vorrebbe maggiormente votata all’assistenza sul territorio. Tuttavia se l’ipotesi di riorganizzare l’assistenza sul territorio mi trova d’accordo, non altrettanto posso dire dell’idea di ottenere questo risultato spostando sulla territorialità le risorse attualmente impiegate negli ospedali. È una soluzione che non riesco a capire, mi pare un salto di logica, perché si parla di questa soluzione come se gli ospedali fossero vuoti, come se non esistessero liste d’attesa, come se i soldi venissero spostati da un contenitore “vuoto”. In realtà le cose non stanno in questo modo: è vero che bisogna potenziare la rete assistenziale sul territorio, ma non si può farlo a discapito degli ospedali per il semplice motivo che se da una parte aumentano i malati cronici, dall’altra aumentano in ugual misura anche gli “acuti”, e allora siamo ancora al punto di partenza. Ridurre i finanziamenti alla sanità ospedaliera avrebbe come unico effetto quello di rendere più difficile l’accesso agli ospedali stessi, creando liste d’attesa drammaticamente ancora più lunghe di quanto non lo siano già quelle attuali. Del resto, ogni ospedale ha un budget entro il quale deve stare: se sfora, le prestazioni fatte in più non vengono rimborsate dal Servizio sanitario. La sanità privata in particolare, oggi pedina fondamentale nello scacchiere dell’assistenza sanitaria lombarda, avrebbe grossissime difficoltà a garantire gli attuali flussi di lavoro qualora i budget fossero rivisti al ribasso, con pesanti ricadute sul buon funzionamento del Servizio sanitario regionale. Il “pubblico”, invece, ha elasticità diverse».

Detto questo, il problema ha comunque bisogno di una soluzione…

«È evidente che non potendo disporre di nuovi finanziamenti, la soluzione del problema si presenta particolarmente ardua. A mio avviso, però, bisognerebbe anche dire che non è vero che sul territorio manca l’assistenza: ce n’è, e tanta, ma è disorganizzata, e tanto. Mentre per l’assistenza al malato acuto è stata fatta una grande riforma, dando ordine a tutta l’offerta presente sul territorio - sia quella pubblica sia quella privata -, sul versante sociosanitario regna invece un gran disordine a fronte di un’offerta composita fatta di case di riposo, di centri diurni, di centri per subacuti o per disabili e via di questo passo. Forse, prima di mettere mano ai fondi destinati all’acuzie per darli all’assistenza territoriale bisognerebbe mettere ordine in quanto c’è già per poi capire cosa effettivamente serve. Inoltre non è vero che la sanità italiana consuma tutte le risorse disponibili per il paziente acuto in maniera perfetta. Quella cosiddetta “privata” rappresenta il 30% della sanità italiana e vive solo grazie ai “Drg”, ovvero ai rimborsi che percepisce per le prestazioni effettuate ai pazienti. Il restante 70% della sanità è invece nelle mani del “pubblico”, che però - nei fatti - ha criteri di rimborso diversi dai nostri, sui quali, forse, si potrebbe anche cercare di risparmiare, recuperano fondi per l’assistenza sul territorio».

Dal punto di vista amministrativo, la sanità pubblica e la sanità privata sono organizzate in maniera diversa, con poteri decisionali quasi agli antipodi tra loro. Condivide questa impostazione?

«Recentemente, parlando nel corso di un convegno sulla sanità pubblica svoltosi in Francia, ho illustrato come il nostro gruppo, in due anni, nell’ambito della ristrutturazione dell’ospedale San Raffaele di Milano, ha recuperato 60 milioni di euro (in realtà 90, perché nel frattempo ce ne avevano tagliati altri 30) senza diminuire né la quantità né la qualità dei servizi offerti ai pazienti. Un risultato importante, certo, raggiunto non perché i dirigenti della sanità privata sono più bravi di quelli della sanità pubblica, ma semplicemente perché i dirigenti della sanità pubblica non possono servirsi degli stessi mezzi gestionali di cui usufruiscono i loro colleghi del “privato”, tutto qui. In Italia come in Francia, i manager della sanità pubblica non possono trattare direttamente con i fornitori come fanno i loro colleghi del “privato”, ma sono costretti a seguire lunghe ed estenuanti procedure che impediscono loro di negoziare in maniera efficiente: per intenderci, chiamare un fornitore e chiedergli di abbassare un prezzo, per un funzionario pubblico sarebbe illegale. Lo stesso dicasi per le gare di appalto per assegnare servizi o per acquistare grosse tecnologie: per il “pubblico” è impossibile ipotizzare una gara snella dove si contattano rapidamente i fornitori, si chiede velocemente un’offerta, si contratta e alla fine, dopo aver parlato con ciascun fornitore, si sceglie la proposta migliore in rapporto alla qualità del prodotto scelto. Si tratta di meccanismi che ai più sembrano logici, normali, ma che nel pubblico non si possono applicare perché le procedure dell’amministrazione pubblica non prevedono un dialogo diretto tra chi gestisce un ospedale e i fornitori. Faccio solo un rapido accenno alla vicenda dell’ospedale San Raffaele di Milano che il nostro gruppo ha acquisito tre anni fa: si è fatto un gran parlare, ma noi, seguendo anche queste procedure, non abbiamo licenziato nessuno e il bilancio del 2014 chiuderà in pareggio. Per non parlare della ricerca, dove stiamo andando fortissimo».

Tuttavia, sul fronte della territorialità, delle cronicità e dei nuovi bisogni cui oggi c’è la necessità di dare una risposta, la sanità privata non ha mai particolarmente brillato per iniziative. Potrebbe essere questo il momento buono per iniziare?

«Non è del tutto vero che su questo fronte la sanità privata è sempre stata latitante, perché in Lombardia qualche esempio c’è e funziona bene, penso ad esempio all’esperienza degli Istituti clinici Zucchi di Monza. Inoltre, tradizionalmente, l’accreditamento regionale del settore è sempre stato grandemente appannaggio del pubblico. Detto questo, la sanità cambia in continuazione, lo stesso San Donato ha modificato la propria offerta in base alle richieste dei pazienti, e dunque da parte nostra, e da parte della sanità privata in generale, c’è piena disponibilità a lavorare anche su questo fronte, purché ce ne venga data la possibilità».

Cioè?

«Da una parte ci deve essere lasciato un po’ di spazio, dall’altro ci devono essere accordate delle condizioni per lo meno decenti per poter lavorare, e quando parlo di condizioni decenti mi riferisco a rimborsi che consentano per lo meno di coprire i costi, nulla di più. Se ci dovessero assegnare un budget anche in questo settore noi certo non ci tireremmo indietro: siamo pronti a svilupparci pure in questo campo. L’idea di andare incontro alle esigenze dei pazienti, peraltro, nella Bergamasca è stata perseguita aprendo anche una serie di ambulatori nel centro commerciale “Le Due Torri” di Stezzano».

Un’ultima domanda: in Lombardia aprirebbe ulteriormente alla sanità privata?

«Si, senza dubbio. Grazie ai controlli dello Stato, l’appropriatezza nella sanità privata lombarda è a livelli altissimi, almeno quanto quelli della sanità pubblica, se non di più, e ciò vuol dire che la nostra qualità è elevatissima. In secondo luogo si aumenterebbe la competizione tra pubblico e privato, che è esattamente quello che ha fatto grande il sistema sanitario lombardo. Il problema è che il privato mette in evidenza che si può dare un servizio sanitario di altissima qualità restando nei limiti dei Drg, un risultato che il pubblico fa molta fatica a conseguire».

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