La veglia: ho detto no all’aborto Essere mamma è  straordinario

La veglia: ho detto no all’aborto
Essere mamma è straordinario

«Per vivere abbiamo bisogno della temperatura dell’amore, che permette a ogni vita di sbocciare, crescere e realizzarsi anche fra limiti e difficoltà. E i cristiani devono essere termostati di questa temperatura».

Sabato 31 gennaio, nella chiesa parrocchiale di Boccaleone, il vescovo Francesco Beschi ha presieduto la veglia diocesana nella 37ª giornata nazionale per la vita, che si celebra domenica in tutte le parrocchie italiane sul tema «Solidali per la vita». La veglia è stata scandita da momenti molto intensi e simbolici.

Il vescovo Francesco Beschi nella giornata per la vita

Il vescovo Francesco Beschi nella giornata per la vita
(Foto by Yuri Colleoni)

La veglia ha visto poi tre testimonianze di vita che dalla tribolazione si sono tinte di coraggio e speranza. La prima è stata offerta da una donna, già madre di una bimba, rimasta incinta a 43 anni di un bimbo, nato con sospetta sindrome down. «Io e mio marito siamo rimasti nel buio più assoluto riguardo a speranza e futuro. Sono passati dodici anni, la ferita sanguina ancora un po’. Però nostro figlio Nicolò ogni giorno ci spinge a camminare con la sua voglia di vivere. Il nostro cammino è ancora in salita, però vediamo paesaggi di amore e speranza».

La giornata per la vita

La giornata per la vita
(Foto by Yuri Colleoni)

La seconda testimonianza è stata offerta da una giovane italiana ventiduenne, rimasta incinta del compagno di colore, con la decisione di abortire, presa in comune accordo. Però genitori e amici insistevano perché tenesse il bimbo. «Al settimo mese di gravidanza ho aperto gli occhi e ho deciso di tenere il bambino. Mi sono rivolta al Centro aiuto alla vita e sono stata aiutata. Mio figlio è nato e mi ha cambiato la vita. Diventare mamma è una esperienza straordinaria».

La giornata per la vita

La giornata per la vita
(Foto by Yuri Colleoni)

L’ultima testimonianza è stata portata da una donna trentaduenne. La sua voglia di essere indipendente, il disaccordo con la famiglia adottiva, una convivenza difficile con un compagno e la nascita di due figlie l’avevano messa su un cammino costellato di depressione, droga, carcere e perdita della patria potestà. «Sono entrata in una comunità per curarmi e ho riscoperto la vita. Ho conosciuto un giovane con cui ho ricominciato la mia vita e ho avuto un figlio. Devo ringraziare il Centro aiuto alla vita che mi ha aiutato materialmente e moralmente».

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