Domenica 06 Agosto 2006

Marco fa tappa nel Sol Levante e a Sydney

HIROSHIMA (GIAPPONE) - Sayonara. Sì, sono in Giappone, tappa non contemplata nel programma originario del giro del mondo, inserita come trampolino di lancio per la Russia e decisamente intrigante. Sono atterrato a Tokyo dopo venti ore di volo, 17.000 chilometri e tre tratte: Darwin-Sydney, Sydney-Kuala Lumpur e Kuala Lumpur-Tokyo.

La capitale del Giappone è una megalopoli meno fantascientifica di quanto immaginassi, ma se non si ha senso dell’orientamento è un rompicapo districarsi per strada e nella ragnatela della metropolitana (ci sono tredici linee gestite da due diverse compagnie, senza calcolare treni e pullman). Anche perché l’inglese non lo parla quasi nessuno e non sempre ci sono segnaletiche bilingue. Comunque no problem, non mi sono mai perso irrimediabilmente. I giapponesi sono cordiali, la vita è meno cara delle previsioni, il sushi è irresistibile e i telefonini con uno splendido schermo televisivo più il collegamento a internet costano circa ! 200 euro. Ah, c’è un caldo micidiale, pure qui è estate: 30 gradi alle 9 di mattina. Toccata e fuga. 
Lo Shinkansen, il «treno pallottola» giapponese, mi ha scaricato a Hiroshima senza sgarrare di un minuto (4 ore e 6 minuti, è una distanza identica a quella tra Milano e Napoli, 200 km orari). Il 6 agosto è l’anniversario mostruosamente tragico della bomba atomica sganciata sulla città nel 1945 da un bombardiere Usa e io, pur complicando i miei piani, ma ormai sono abituato, ho voluto partecipare alla cerimonia commemorativa al Memorial Peace Park : alle 8.15, ora dell’esplosione che ha cancel-lato dalla faccia della terra 140.000 persone, tutta la città si è letteralmente fermata per un minuto di preghiera in silenzio, un minuto in cui io ho pensato che i potenti della terra da questa immane, abominevole pagina di storia hanno imparato molto, ma non abbastanza. Con l’aiuto di una studentessa, che ha tradotto dal giapponese all’inglese, ho intervistato una sopravvissuta di 76 anni, Taeko Teramae, come racconto sul giornale. Esaurita la paradisiaca parentesi alle Fiji, la tappa australiana è stata forzatamente ancor più ridotta, soltanto dodici giorni. Il problema è stato il volo per Vladivostok, porto di approdo del cargo con il mio fuoristrada proveniente da Seattle.

Appena atterrato a Sydney, mi sono precipitato in un’agenzia viaggi per organizzare il trasferimento in Russia, ma non è stato possibile perché la Korean Air, l’unica compagnia non russa con i maggiori collegamenti con Vladivostok dall’Estremo Oriente, e precisamente da Seul, era abbastanza costosa e la disponibilità di posti alquanto limitata. La Vladivostok Air ha diversi voli dalla Cina, dalla Corea del Sud e dal Giappone, ma non si può prenotare dall’Australia e la via internet vale soltanto per i cittadini russi. La tratta più conveniente da Sydney per avvicinarmi alla Russia era quella per Tokyo della Malaysia Airlines, con scalo a Kuala Lumpur (540 euro). Tokyo era la destinazione ideale anche perché, se fosse saltata l’opzione aerea, peraltro da Osaka, sarei potuto salire su un traghetto a Fushiki, sulla costa ovest, e sorbirmi 42 ore nell’agitato mar Giapponese per sbarcare a Vladivostok. Per garantirmi la doppia alternativa ed evitare brutte sorprese ho preferito salutare l’Australia qualche giorno prima, ma così ho avuto la possibilità di visitare Tokyo e Hiroshima: un mondo totalmente diverso, che per un occidentale è quasi impossibile da comprendere. Per la verità non mi aveva mai attirato, ma mi sto ricredendo. Fortunatamente l’ipotesi traghetto è stata scartata, io soffro il mal di mare, la Vladivostok Air non esiste soltanto virtualmente su internet. Volerò con la compagnia russa da Osaka a Vladivostok (470 euro), anche se pensando che l’aereo è un mitico Tupolev non so se sia stata una scelta felice.... Se non cadrà, a Vladivostok dovrò ritirare il fuoristrada il prima possibile, nonostante intraveda qualche nuvolone burocratico all’orizzonte, sia perché il visto russo vale! soltanto un mese, sia perché devo rientrare al lavoro l’8 settembre. Ho quasi annullato l’enorme ritardo che avevo e con l’estensione di due settimane dell’aspettativa il giro del mondo sarà completato. Nonostante i tempi ridotti, in Australia ho centrato il mio obiettivo che era effettuare la traversata da sud a nord, ovvero da Melbourne a Darwin, per rivedere il magico Uluru, il monolito più grande del mondo, sacro per le popolazioni aborigene, proprio nel cuore del Paese.

Ho affittato una Hyundai Getz 1.600 e in otto giorni ho percorso 5.200 km su nastri d’asfalto deserti nel deserto. L’ennesimo tour de force che peraltro non mi è pesato assolutamente e che mi ha consentito di includere pure l’Oceania nel giro del mondo su quattro ruote, anche se per una tratta senza il Toyota Land Cruiser. Dopo un anno da nomade, devo però confessare che sono stanco e desideroso di rivedere Bergamo e i miei cari, anche se so già che - il giorno dopo il rientro - penserò alla prossima avventura.
Salto triplo indietro per ricollegarmi all’ultima tappa argentina e continuare il racconto. Bariloche è indiscutibilmente la destinazione più alla moda in Patagonia: incastonata tra le montagne andine e i laghi, sembra un angolo di Svizzera per la sua architettura, l’atmosfera internazionale, i lussuosi hotel e... il cioccolato. Come temevamo, è stata quasi un’impresa la caccia al letto. Dopo una ventina di telefonate, finalmente, è stato l’acchiappa-giaciglio più sofferto del raid, ecco una pensioncina. Avremmo preferito un ostello effervescente, ma non c’erano alternative. Nell’area di Bariloche, che è adagiata sulle sponde del lago Nahuel Huapi, a 770 metri sul livello del mare, si scia, ma nell’estate argentina le attrazioni principali sono le escursione ai laghi. E’ conosciuta come la regione dei sette laghi perché è disseminata di paradisi lacustri. Abbiamo esplorato in fuoristrada in una giornata il circuito a sud del Nahuel Huapi, ci siamo riposati 24 ore e infine abbiamo percorso un consistente pezzo del circuito nord sulla via del Cile. Non siamo stati a San Martin de Los Andes, il secondo gioiellino della regione, perché era un po’ fuori mano. Nel circuito sud brillano il Punto panoramico, da dove si ha una spettacolare vista sul Nahuel Huapi e sul parco Llao Llao con il suo hotel a cinque stelle, tra i più incantevoli del mondo per la posizione, il Cerro Catedral, probabilmente il centro invernale numero uno in Sudamerica (2.388 metri), il lago Mascardi e la cascata Los Alerces. Il circuito nord è stata una replica di laghi blu, montagne con qualche cima innevata, strane formazioni rocciose, boschi, fiumi, sentierini per trekking e prati dove sistemare la tenda o il camper e rilassarsi.
Bariloche-Valdivia ha rappresentato ultimo atto del nostro slalomeggiare tra Cile e Argentina: addio con rimpianto all’Argentina, Paese che non conoscevo e che al momento è al numero uno delle preferenze personali, e rientro in Cile nuovamente attraverso il passo Cardenal Samoré. La Lonely Planet parla con entusiasmo di Valdivia, quindi l’abbiamo prescelta per spezzare il viaggio, ma l’autore deve aver scritto il capitolo sotto l’effetto di una sbronza. Oppure a Valdivia si è innamorato di una bella argentina. Nicola ha un amico piacentino che avrebbe dovuto essere a Vina del Mar, non c’era, ma c’erano due sue amiche, Angela Pantaleoni e Mirella Gasparini, imprenditrici piacentine che hanno una villa immersa nella campagna a Rauten, circa 50 km da Vina de Mar.
(E’ una dimora che ha un bellissimo giardino e gode di uno splendido isolamento. L’ultimo pezzettino di strada non è asfaltato e di notte la sterrato è! 
sbarrato da un cancello. Ci siamo accordati per vederci prima del weekend, quindi è saltato il fine settimana preventivato a Santiago del Cile, ma non credo che ci siamo persi nulla, Santiago non ci aveva ammaliato nella nell’approccio del mese precedente. Angela e Mirella sono state di una gentilezza squisita, consentendoci di soggiornare, per quanti giorni volevamo, in una graziosa villetta all’interno della proprietà, dove aveva abitato Elena, una figlia di Mirella, prima di volare alle isole Canarie per lavorare come psicologa. Angela e Mirella importano in Cile prodotti tipici italiani come grana, prosciutto, olio e caffè e hanno per clienti i ristoratori. Angela ha inoltre una vigna 400 km a sud e una caffetteria a Vina del Mar. I suoi interessi in Italia sono legati all’azienda La Stoppa, che ha i vigneti nella Val Trebbiola (uve Barbera, Bonarda, Malvasia, Cabernet Sauvignon, Merlot e Pinot nero) ed è gestita dalla figlia Elena. Mirella, scultrice, si è innamorata del Cile 25 anni fa, nonostante la dittatura militare di Pinochet, perché le ricordava l’Italia rurale di una volta e ha deciso di viverci. La villa è un porto di mare: le imprenditrici adorano offrire un tetto ad amici e viaggiatori che girovagano per il mondo e conversare con loro. Io ero già in debito di tempo, ma sarebbe stato un delitto non sfruttare un invito così generoso, per cui siamo rimasti a Rauten una settimana. Sono stati sette giorni di totale relax, in cui mi sono dedicato a scrivere in un ambiente idilliaco. La villetta, sulle pendici di una collinetta, è di legno e arredata con gusto, molto luminosa e colorata. Ci tenevano compagnia fiori e mandorli, i due cani delle imprenditrici, un cavallo bianco e proprio fuori dalla finestra della mia camera cantavano i colibrì.
Quando Mirella ha saputo che ero di Bergamo mi ha accompagnato subito da un bergamasco doc, Olimpio Pizio (a sinistra), che ha un ristorante a Vina del Mar, «La Dolce Vita». Olimpio, 44 anni, di Schilpario, è stato aiuto allenatore della nazionale italiana femminile di sci alpino dal 1980 al 1985 ed è dunque da collegare al trionfo della selvinese Paoletta Magoni che nel 1984 vinse l’oro nello slalom speciale alle Olimpiadi di Sarajevo. Dopo aver girato il mondo come maestro di sci stagionale in Giappone, Nuova Zelanda, Canada, Stati Uniti (a Denver, in Colorado, rischiò la vita: gli spararono per rapinarlo) e Argentina, nel 1994 ha scoperto il Cile, dove ha conosciuto anche Elena, la sua attuale compagna, separata e con due figli. Avrebbe preferito Bariloche per cambiare vita e diventare ristoratore, ma in Argentina c’era crisi e allora si è fermato in Cile, di cui apprezza i ritmi di vita meno stressanti che in Italia, anche se ha Bergamo nel cuore. Nel locale ci sono appese numerose locandine dedicate alla nostra città e i vecchi sci in legno di papà Mario. La famiglia di Olimpio vive ancora a Schilpario e gestisce il ristorante «Locanda Vivione». La cena a base di ravioli naturalmente non l’ho scordata. Nella tranquillità di Rauten abbiamo studiato le tappe successive. Io ormai avevo deciso di stravolgere l’itinerario del raid sudamericano dopo la Bolivia, spostando il percorso dalla costa ovest a quella est: no a Perù ed Ecuador, sostituiti da Brasile, le due Guyane, Suriname e Venezuela. A causa del ritardo accumulato avrei potuto attraversare il Brasile proprio durante il carnevale brasiliano e sarebbe stato insensato rinunciarvi, inoltre avevo due missionari da rintracciare nel cuore dell’Amazzonia e il Perù l’avevo già visitato anni fa. E’ stata comunque una decisione abbastanza istintiva, non mi sono documentato seriamente e ho sottovalutato i numerosi fiumi che dall’Amazzonia sfociano nell’Atlantico, sostituendosi in pratica alle strade, con il risultato che i tempi del raid si sono ulteriormente dilatati, così come sono aumentati i costi. Ci era balenata anche l’idea di un viaggio avventuroso all’isola di Robinson Crusoe nell’arcipelago Juan Fernandez, distante circa 650 km da Valparaiso, ci siamo informati, ma purtroppo non c’era nessun battello in partenza in quei giorni. L’aereo era molto più costoso e sarebbe stato decisamente meno affascinante. Con il battello avremmo peraltro «perso» almeno una settimana, quindi... sarà per la prossima volta.
Naturalmente abbiamo utilizzato Rauten come base per escursioni nelle vicinanze. La domenica al mare ha coinciso con la vittoria di Michelle Bachelet nel ballottaggio per la carica presidenziale e abbiamo scoperto con sorpresa che, per legge, nel giorno delle elezioni è proibita la vendita di alcolici fino a sera. Il Cile è molto rigido sull’argomento. Una settimana dopo a San Pedro di Atacama abbiamo rischiato l’arresto perche i carabineros ci hanno sorpreso bere birra per strada. Non sapevamo che è vietato. Vina del Mar è il centro balneare più noto del Cile (i ricchi hanno qui le seconde case), anche se le acque del Pacifico sono fredde. Il panorama subtropicale, con spiagge bianche, palme e banani, è indubbiamente da cartolina. Valparaiso è a un tiro di schioppo da Vina, le due città marinare sono praticamente unite.
Mentre Vina è più turistica e sofisticata, Valparaiso conserva un’aria decadente e trasandata da vecchi!
o porto, qual è (è la casa della marina militare), che le conferisce un fascino maggiore. Sulle colline ci sono i barrios con schiere di casette in lamiera colorata e vicoli tortuosi. Il più famoso e bello è Cerro Conception, a cui si accede con un ascensore-funicolare (ne ne sono 15 sparsi in città e sono l’attrattiva più originale). Il quartiere sta rinascendo con un’opera di riqualificazione: le case decrepite sono restaurate e abbellite da murales, nuovi locali spuntano come funghi, così come schiere di artisti di strada.
Purtroppo Vina del Mar è stata la città nella quale ho subìto l’unico furto, almeno per il momento, del raid. Non avrei mai immaginato che la delinquenza mi avrebbe colpito proprio lì. Avevo parcheggiato il fuoristrada in una via di un quartiere residenziale in centro città, vicino al ristorante di Olimpio, e c’era pure un guardiano che evidentemente era complice dei manolesta. La sera prima l’avevamo lasciato nell’identico punto, il guardiano si era informato sull’ora nella quale saremmo tornati e il Land Cruiser non era stato toccato, nonostante avessimo tirato le due di notte (Olimpio ci aveva stuzzicato dicendo che eravamo astemi e allora...). Il furto avrebbe potuto avere conseguenze più serie, per cui sono stato fortunato, ma nel contempo mi sono dato dell’idiota perché avrei dovuto scaricare il borsone nella villetta, invece di tenerlo inutilmente nel fuoristrada. Errore da circoletto rosso. I ladri, dopo aver tentato invano di forzare la portiera anteriore destra, che ora ha la serratura inutilizzabile, hanno rotto uno spicchio del vetro posteriore, ma dovevano essere ubriachi o hanno avuto scarso tempo per agire perché hanno rubato il borsone con tutti i vestiti, ma non il modem satellitare che era a custodito in una valigietta. Sono rimasto seminudo, ho dato l’addio a magliette a cui ero molto affezionato, si sono salvati soltanto indumenti-stracci reduci dalla lavanderia. Era dalla Tanzania che avevo escluso l’antifurto sonoro per un problema misterioso alla centralina elettronica che scattava a vanvera. Il furto mi ha indotto a scoppio ritardato a darmi da fare per risolvere il guaio. Il meccanico Nicola si è ingegnato e l’antifurto ha ripreso a funzionare a mezzo servizio, ma l’attraversamento di un fiume ha inondato la centralina dandole il colpo del definitivo ko. Sono sopravvissuti l’antifurto manuale (il fuoristrada si accende soltanto dopo un doppio stratagemma combinato) e la rete di controllo satellitareche, in caso di furto, mi consente di localizzare il fuoristrada se sono in un Paese coperto dalla rete Gsm dual band (la più universale).
Abbiamo tappato con il nastro adesivo il buco nel vetro e la mattina dopo ci siamo diretti verso nord. Ad Antofagasta avevamo appuntamento con Fabio Somboli, un quarantenne fisico bergamasco di Boltiere (a sinistra), con cui ero entrato in contatto email, che lavora nell’osservatorio europeo australe di Cerro Paranal. Lo gestiscono dieci Paesi del vecchio continente, tra cui l’Italia. Il telescopio VTL è l’installazione ottica più avanzata e potente al mondo. Il sistema è formato da quattro telescopi con uno specchio di 8,2 metri di diametro ciascuno e da tre telescopi più recenti meno potenti (1,8 metri), ma con maggior libertà di movimento.

Se i sette telescopi lavorassero insieme formerebbero un unico telescopio ottico di 200 metri. Per ora si è ancora in una fase sperimentale. Fabio, laureato in fisica, ma senza una grande passione per le stelle, come ha confessato, è in un gruppo di lavoro di ingegneria che deve appunto implementare il progetto VLTI di interferometria stellare, ovvero deve combinare le immagini dei vari telescopi per aumentarne la risoluzione complessiva e offrire alla comunità internazionale di astronomi uno strumento senza rivali. Il Cerro Paranal è una montagna di 2.635 metri a 120 km a sud di Antofagasta. Il deserto di Atacama è una delle aree più aride della Terra, non piove quasi mai, e ci sono dunque condizioni meteorologiche uniche per l’osservazione del cielo.

Tanto che in progetto ci sono radiotelescopi e telescopi ancor più all’avanguardia. I quattro telescopi più grandi sono visibili da lontano e la cima della montagna sembra una base lunare. Con l’aiuto di Fabio, ci siamo potuti iscrivere in tempi rapidi a una visita guidata domenicale all’osservatorio e con lui ci siamo dati appuntamento lunedì mattina nell’hotel di Antofagasta dove trascorreva i weekend. Fabio, la cui storia è stata raccontata da «L’Eco di Bergamo» prima della partenza per il Cile, era a Cerro Paranal da ap pena due settimane e quindi si stava ancora ambientando. L’ho sentito recentemente per email e mi ha confermato che sta lavorando sempre per il progetto di interferometria stellare ed è felice perché la moglie Sabrina e i figli Luca e Francesca ora sono con lui in Cile a vivere una nuova esperienza di vita. All’epoca si sentiva un po’ isolato; durante la settimana dormiva all’interno dell’osservatorio in un hotel avveniristico con una piscina in mezzo a un giardino tropicale che cresce in una serra.
La notte del sabato l’abbiamo consumata in riva al mare nei pressi di Charanal dopo un cena frugale non rivalutata da un bottiglione di vino scadente. Io mi sono sistemato nel fuoristrada, Nicola in tenda. Il mattino rotta su Cerro Paranal. Non c’erano praticamente indicazioni, deserto puro, cielo azzurro e sereno, senza l’ombra di una nuvoletta. Temevamo di aver smarrito la strada e invece l’abbiamo soltanto allungata. Finalmente, dopo 70 km di sterrato, abbiamo avvistato la «base lunare», la strada - che per un tratto accompagna una pista d’atterraggio - è diventata di asfalto liscio come un biliardo e si è arrampicata sulla montagna. Una guida ci ha dato un’infarinatura di astronomia, che era la mia passione al liceo, consegnato un casco protettivo e ci ha condotto nella visita di un telescopio grande, quando non era operativo, e della centrale di controllo, con una miriade di monitor, quando non c’era nessuno. Un’esperienza istruttiva, anche se non abbiamo osservato nulla. C’è peraltro da dire che ormai è tramontata l’epoca romantica dell’astronomo chino sul telescopio, nell’era dei computer le immagini sono riprese da un’enorme e stupefacente macchina fotografica e tutti i dati confluiscono alla centrale di controllo. Per scrutare il cielo stellato abbiamo deciso di pernottare in una collinetta accanto a Cerro Paranal. Nicola ha dormito nel sacco a pelo sotto le stelle, io che avevo freddo, c’era un forte vento, mi sono rintanato nel fuoristrada, ma durante la notte sono ripetutamente sceso dal Land Cruiser per mettere il naso all’insù. Il cielo era veramente uno scrigno infinito in stelle, io avevo sul computer la mappa della volta eeleste australe e a occhio nudo ho individuato, credo, la Croce del Sud, le due Nubi di Magellano e la Via Lattea. Ho visto anche due stelle cadenti, ma non ho espresso nessun desiderio per me, ero già strafelice così. Ad Antofagasta, dopo la chiacchierata con Fabio, persona molto affabile e alla mano, ho cambiato lo spicchio del vetro posteriore rimediandone uno in plastica, perché in vetro non c’era, e ho scovato tra i saldi un giaccone pesante pensando ai 4.000 metri della Bolivia che non erano ormai lontani. Ma prima l’ultima tappa cilena, San Pedro de Atacama. Di meraviglia in meraviglia. (06/08/2006)Marco Sanfilippo

e.roncalli

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