Quirinale, fumata nera anche al quarto scrutinio. Nuova votazione venerdì alle 11

Oltre 400 astenuti e 261 schede bianche nella quarta votazione, giovedì 27 gennaio, per l’elezione del Presidente della Repubblica.

Quirinale, fumata nera anche al quarto scrutinio. Nuova votazione venerdì alle 11
Lo spoglio
(Foto di Ansa)

Nel quarto scrutinio per l’elezione del presidente della Repubblica, che ha registrato una nuova fumata nera, gli astenuti sono stati 441 mentre le schede bianche sono scese a 261. L’attuale Capo dello Stato Sergio Mattarella sale invece dai 125 voti di ieri a quota 166. Nino di Matteo, candidato da Alternativa c’è e dagli ex M5s al posto del giurista Maddalena, ottiene 56 voti. Otto voti per Luigi Manconi, 6 vanno alla ministra Cartabia, 5 al premier Mario Draghi, 4 ad Amato, 3 a Casini e 2 a Belloni. Le nulle sono state 5, i voti dispersi 20. In tutto i presenti sono stati 981, 540 i votanti. Il quorum da oggi è sceso a quota 505. La giornata decisiva, come molti dichiarano, potrebbe essere venerdì. La prima parte della votazione giovedì si è conclusa a Montecitorio intorno alle 13.40 da parte dei deputati per l’elezione del presidente della Repubblica. La seduta è stata sospesa ed è ripresa alle 14 con i 58 delegati delle regioni. La quinta votazione per l’elezione del presidente della Repubblica si svolgerà venerdì alle ore 11.

La svolta mercoledì l’ha data Enrico Letta che ha messo un punto fermo spiegando che le trattative in corso potrebbero chiudersi con il voto sul nuovo presidente venerdì 28 gennaio. Poche le certezze sui nomi ,se non che aumenta il consenso nei confronti di Sergio Mattarella e che il centrodestra deve provare a ricompattarsi dopo lo «strappo» di Fdi che - in polemica per la scelta di votare scheda bianca - ha dato indicazione di votare Guido Crosetto. Un nome che raccoglie 114 consensi, ben oltre i numeri dei grandi elettori di Giorgia Meloni. In questo clima i mercati mostrano segni di nervosismo e sembrano chiedere di fare in fretta, con lo spread arrivato a 140.3 punti base per la prima volta in un anno e mezzo.

Centrodestra e centrosinistra hanno il programma riunioni con i loro parlamentari e poi Salvini, Meloni e Tajani insieme ai piccoli della coalizione si ritroveranno per discutere la possibilità di convergere su Pier Ferdinando Casini. Il leader della Lega dovrebbe poi incontrare Enrico Letta e Giuseppe Conte per arrivare alla stretta finale. Oltre a Casini, sul tavolo resta il nome di Mario Draghi e sullo sfondo il bis di Sergio Mattarella.

A smuovere le acque è il leader della Lega e le voci di un incontro con Sabino Cassese. Un incontro che sarebbe avvenuto nella casa del giudice emerito della Consulta ai Parioli ma che la Lega prontamente smentisce.

A meno di sorprese dunque i nomi su cui si continua a lavorare sono gli stessi mentre appare tramontata l’idea del centrodestra di tentare la «spallata» proponendo il presidente del Senato Elisabetta Casellati. Una candidatura su cui il centrosinistra alza il muro: «Assurda e incomprensibile», la bolla Enrico Letta che invita Salvini a fermarsi per evitare che «salti la maggioranza». Gli fa eco Luigi Di Maio : «Se si va al muro contro muro tra centrodestra e centrosinistra, si rischia di spaccare seriamente la maggioranza. Cerchiamo un nome condiviso». Salvini però appare irremovibile e dopo una giornata di tensioni con Meloni prova a ricucire: «Il centrodestra è al lavoro per trovare un nome d’area. La sinistra sembra non avere nessun nominativo spendibile». Parole che suonano come una risposta a Giorgia Meloni che aveva reclamato unità: «Continuiamo a ritenere imprescindibile una votazione compatta del centrodestra su un candidato della coalizione, come concordemente valutato nell’ultimo vertice. A Matteo Salvini il mandato di individuare, attraverso le sue molteplici interlocuzioni, il candidato più attrattivo tra quelli presentati».

Nessuno spiraglio invece di fronte all’ipotesi di convergere su Draghi. il segretario leghista torna ribadire la necessità che Draghi resti a palazzo Chigi: «Senza il premier penso che avrebbe qualche difficoltà di linea di direzione». Un fronte, quello che non vuole che il premier traslochi al Colle, che comprende anche Beppe Grillo. Il fondatore M5s nel corso di una telefonata con Giuseppe Conte avrebbe concordato sul fatto che il presidente del Consiglio resti a Chigi.

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