Domenica 09 Febbraio 2014

Quanto fa male lo smog

Una scoperta made in Siad

Il gruppo di ricercatori che hanno reso possibile la rivoluzionaria ricerca sull’inquinamento dell’aria e il suo effetto sull’uomo. Da sinistra, Matteo Semperboni; Marco Manenti; Klaus Midali (respons

Mondo della ricerca e della medicina l’hanno già definita una svolta storica nella ricerca sull’inquinamento dell’aria, un passaggio fondamentale dai metodi prettamente statistici a quelli sperimentali. Ed è una ricerca tutta targata Bergamo.

Per la prima volta sarà possibile misurare scientificamente e con un’osservazione diretta clinica quanto fanno male, quali sono le più pericolose ed entro quanto tempo le polveri sottili provocano patologie gravi nell’uomo.

Sotto osservazione saranno, in particolare, gli effetti delle sole polveri Pm10 e Pm2,5, le più sottili presenti nell’aria e per questo in grado di penetrare a fondo nell’organismo, polveri che finiscono direttamente nel sangue causando patologie respiratorie, tosse cronica, bronchiti, allergie, asma fino ad arrivare a ridurre la funzione polmonare o, peggio, ad alterare il battito cardiaco o la coagulazione del sangue.

Una tecnologia altamente innovativa e messa a punto a Bergamo, proprio nella città fra le prime dieci in Italia più colpite dall’inquinamento delle polveri sottili. È stata scoperta nei laboratori del gruppo industriale Siad, quartier generale in via San Bernardino, altamente specializzata nella produzione e trattamento dei gas.

Una tecnologia che l’équipe di ricercatori Siad, tutti bergamaschi, età media 30 anni - Matteo Semperboni, Marco Manenti, Klaus Midali e Diego Ripamonti sotto la guida di Giorgio Bissolotti, ingegnere, research manager di Siad capo del gruppo di ricercatori - ha scoperto dopo un anno e mezzo chiusa in laboratorio fra ricerche, studi, analisi, prove, esperimenti. Sembrava non doversi mai concludere. Poi un mattino la proverbiale lampadina che si illumina. Si accende nella testa di Klaus Midali, il più giovane dei cinque ricercatori bergamaschi. La parola magica era: filtri.

«È stata una ricerca durata oltre 18 mesi, molto difficile, da diventare quasi matti - confessa oggi Giorgio Bissolotti -. È stata impegnativa perché una ricerca di “frontiera”, ma per la prima volta abbiamo trovato la soluzione tecnologica che consente di superare il modello causa-effetto basato finora solo su osservazioni e associazioni statistiche, relazioni epidemiologiche, ma mai probanti al 99,9%: un’alta frequenza di soggetti malati e di patologie era associata numericamente a un alto livello di inquinamenti nell’aria».

Non si è mai riusciti a misurare i tanti altri fattori che stavano in mezzo e quanto fossero responsabili degli effetti tossici.

Occorreva fare un passo in avanti. «Questa nuova tecnologia lo consente – precisa Bissolotti –. Oggi è tecnicamente, infatti, possibile attraverso speciali filtri, selezionare e isolare solo il particolato fra i tanti elementi inquinanti nell’aria (idrocarburi, ossidi di zolfo, metalli pesanti), di riproporlo ed erogarlo sotto forma di aerosol e di poterlo somministrare a un soggetto in maniera controllata durante una ricerca clinica».

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