Terrorismo, sull’Italia l’ombra dell’Isis
Caccia alla rete attiva nel Milanese

Prima le scritte sui muri, poi i documenti con riferimenti all’Italia trovati nei covi dove si nascondevano gli uomini del Califfo. Dalla città di Sirte, appena liberata dall’oppressione dei tagliagole dell’Isis, si allunga l’ombra della minaccia jihadista sul nostro Paese.

Terrorismo, sull’Italia l’ombra dell’Isis Caccia alla rete attiva nel Milanese

I servizi segreti libici avrebbero trovato nomi e piani d’attacco di militanti jihadisti attivi nel Milanese. Lo ha rivelato il «Corriere della Sera», precisando che i libici si dicono pronti a consegnare i nomi alle Forze dell’ordine italiane. «Decine, se non centinaia di militanti» dell’Isis, secondo le stesse fonti, sarebbero partiti dalla Libia alla volta dell’Europa, prima tappa Italia, in modo legale, ma soprattutto infiltrati tra le masse di disperati a bordo dei barconi del traffico illegale di migranti. A Sirte i servizi segreti libici hanno trovato appunti, taccuini scritti a mano, fogli volanti, che ora si sta cercando di decifrare e mettere insieme, e che potrebbero contenere la prova che le minacce dell’Isis di «approdare a Roma» non siano solo propaganda.

Di certo, se e quando le carte arriveranno in Italia, sarà possibile avere un riscontro su particolari ritenuti non secondari, come la figura di Abu Nassim, all’anagrafe Moez Ben Abdelkader Fezzani, arrestato dagli americani, processato a Milano, assolto e tornato in Libia, a quanto pare, legato al Fronte Al Nusra e in collegamento anche con il gruppo che ha rapito i tecnici della «Bonatti».

Già precedenti indagini hanno portato alla luce connessioni, addestratori, aspiranti terroristi in Lombardia. E se nel mirino c’è la provincia, non si può non ricordare quanto più volte sottolineato dai vertici dell’Arma, ovvero che le stazioni e le compagnie carabinieri sono state allertate al massimo, in quanto naturali recettori sul territorio di quanto accade in paesi e cittadine. Come nel caso di Aftab Farook, il magazziniere pachistano di 26 anni espulso l’1 agosto dall’Italia con l’accusa di essere un aspirante combattente dello Stato islamico: viveva a Vaprio d’Adda, nel Milanese, con la famiglia.

Meno preoccupante il caso del turco con una mannaia individuato a Venezia mentre pregava in stazione (un suo amico e tre donne erano state bloccate a Milano), sul conto del quale però vengono compiuti approfonditi accertamenti. O ancora, il proselitismo sui social emerso nell’indagine che ha portato in primavera a un’ordinanza di custodia nei confronti di un giovane che si ritiene in Siria, Monsef El Mkhayar: l’uomo, insieme a un amico (poi morto), era stato affidato nel 2010, ancora minorenne, alla comunità «Kayros» di Vimodrone e da maggiorenne trasferito in un appartamento a Milano.

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