Torre del Galgario, storia dimenticata Viaggio dentro il fortilizio - Foto e video
La Torre del Galgario (Foto by Colleoni)

Torre del Galgario, storia dimenticata
Viaggio dentro il fortilizio - Foto e video

Bergamo, viaggio all’interno del fortilizio tra botole e feritoie, scale e grate. È la più corposa testimonianza delle Muraine, ma il degrado avanza: erbacce rampicanti la ricoprono, l’arenaria si sbriciola, la lapide e gli stemmi sono illeggibili.

Più che fortificata, Bergamo per secoli è stata una città blindata. Non solo per la presenza delle Mura Venete a difesa della Città Alta, ma anche delle Muraine – le cosiddette «sorelle minori» – che racchiudevano nel medioevo i borghi della Bergamo Bassa. La cintura difensiva era presidiata da 31 torri quadrate, due torri rotonde (Galgario e Cavettone a nord del Lapacano), 6 porte fortificate per l’accesso alla città: Broseta, Osio, Colognola, Cologno, Torre del Raso e Sant’Antonio, a cui si aggiunsero il portello delle Grazie in seguito alla costruzione dei Propilei (Porta Nuova) e il portello di Zambonate. Più avanti le Muraine divennero delle barriere daziarie, fino al loro completo smantellamento nel 1901.

Oggi l’unica testimonianza superstite – quantomeno la più corposa – è costituita dalla Torre del Galgario, su cui ogni giorno si posano gli occhi dei passanti e degli automobilisti. Una presenza silenziosa, quella del monumento cilindrico – ribattezzato «birillo» nei tempi passati – e per alcuni versi ingombrante.

Armati di torcia, abbiamo compiuto un sopralluogo per svelare ai lettori volti e sfaccettature di questo insolito luogo, per alcuni versi intrigante e misterioso. Meriterebbe una ripulitura per renderla accessibile – almeno parzialmente – al pubblico desideroso di conoscere questa pagina di storia, che rischia seriamente di cadere e non solo nell’oblìo.

Anche l’esterno della Torre è in uno stato degrado preoccupante: l’arenaria è assediata dalle erbacce in alcuni punti si sbriciola, la pietra di sagoma quattrocentesca appena visibile con tre stemmi viscontei è consumata dalle intemperie, come pure la lastra di marmo bianco (divenuta grigiastra), collocata dal Comune nel 1950, sulla quale è segnata la pianta delle Mura, grazie alla ricostruzione dell’architetto Angelini.


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