Viaggio tra i bergamaschi dell’Expo: i  cantieri hanno salvato il nostro lavoro

Viaggio tra i bergamaschi dell’Expo:
i cantieri hanno salvato il nostro lavoro

C’è un’Expo delle polemiche sempre sotto i riflettori e c’è un’Expo silenzioso che lavora senza clamori. A questa seconda categoria abbiamo dedicato il nostro viaggio esclusivo nel cantiere di Expo a Milano.

Una scelta controcorrente per restituire positività a ciò che lo merita, alla più grande sfida degli ultimi anni per un Paese che ha bisogno di credibilità. E come sempre, quando c’è del positivo, noi bergamaschi non ci tiriamo indietro. Al contrario, siamo lì a tirare la volata con decine di aziende e operai. Nella maxi area di Rho-Pero ogni giorno si danno il cambio i nostri operai perché l’esposizione sia pronta, il prossimo 1° maggio, ad aprire le porte a milioni di visitatori.

Expo è una città nella città. Un alveare di api operaie che cresce di giorno in giorno. Da mattina a sera, e spesso anche di notte, 1.500 persone «volano» con 300 mezzi tra betoniere, gru, furgoncini da uno scavo a una gettata. E ci sono i nostri muratori, carpentieri, idraulici ed elettricisti. Una categoria fiera di sporcarsi le mani perché Expo significa lavoro. Lavoro offerto a questa Italia sgarrupata che fatica a ritrovare la propria dignità in una crisi da trincea, da sfinimento.

Sul ramo di un cardo dove sorge Palazzo Italia (l’anima è di Italcementi) c’è un gruppo di asfaltatori che si muove velocemente senza mai fermarsi. Sul retro di un rullo spianatore spicca la scritta «Poledil» e sulla portiera del camion con l’asfalto si legge «Testa Battista». Due aziende del gruppo bergamasco Poloni chiamate ad asfaltare tutte le strade interne di Expo. Il caposquadra, Roberto Monaci, 41 anni, di Alzano, si ferma un istante: «Non c’è tempo da perdere, qui si lavora». Dna bergamasco al cento per cento. E per lui lavoro significa vita: «Da 14 anni lavoravo per la Cavalleri ma è finita in liquidazione. È stata dura perdere il posto. Ho una bambina di 4 anni. Grazie a Dio il mio è un mestiere ricercato perché difficile ed Expo mi ha salvato. Sono tornato a respirare».


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