Nella Tomba dei Polacchi si scopre il mondo ipogeo

La Tomba dei Polacchi. A Rota d’Imagna una grotta conosciuta fin dall’antichità. Le sue gallerie sono state percorse sin dai tempi preistorici. Vari reperti archeologici ritrovati a metà degli anni ’70 del ’900, alcuni riconducibili anche all’Età del bronzo, lo attestano. In quell’epoca la grotta era abitata da uomini primitivi, che svolgevano l’attività di allevatori e la utilizzavano come riparo, anche per gli animali, e come cantina.

Nella Tomba dei Polacchi si scopre il mondo ipogeo
La Tomba dei Polacchi presenta una spaziosa galleria
(Foto di Bruno Mazzoleni Gruppo Speleologico Valle Imagna)

La Tomba dei Polacchi, a Rota d’Imagna, è una grotta conosciuta fin dall’antichità. Le sue gallerie sono state percorse sin dai tempi preistorici. Vari reperti archeologici ritrovati a metà degli anni ’70 del ’900, alcuni riconducibili anche all’Età del bronzo, lo attestano. In quell’epoca la grotta era abitata da uomini primitivi, che svolgevano l’attività di allevatori e la utilizzavano come riparo, anche per gli animali, e come cantina.

La visita è possibile per 500 metri dei 4 chilometri di gallerie

Oggi la grotta, vista la sua storia e la sua conformazione, risulta chiusa ed è visitabile solo su prenotazione, con l’accompagnamento di speleologi esperti e sotto tutela. «Una delle curiosità di questa grotta è legata al nome», racconta Franco Ravanelli, presidente del Gruppo Speleologico Valle Imagna, che organizza le visite nella grotta, gestita dalla Pro Loco di Rota d’Imagna. «La grotta, infatti, non ha nessun nesso né con le tombe né con i polacchi. Pare che il nome sia la conseguenza di una traduzione sbagliata di “Tamba del Bulach” compiuta dall’abate Antonio Stoppani che, dopo averla visitata, la descrisse nel libro “Il Bel Paese”. In realtà “tamba” significa “grotta”, mentre “bulach” è il “rospo” oppure, per assonanza, il “pulech”, la parte cava del cardine della porta che ricorda la conformità della grotta, o il “polak”, lo stagno».

Esplorazione adatta a tutti su prenotazione e con guide esperte

Calcare molto friabile

Dall’ingresso principale, situato a circa 200 metri dalla piazzola dell’elisoccorso, si apre il complesso che, composto dall’unione di tre grotte, si sviluppa per quattro chilometri. Oggi ne sono visitabili solo i primi 500 metri. «Purtroppo – continua Ravanelli – la grotta si apre nel calcare di Zu ed è quindi molto friabile. Le gallerie sono gigantesche ma soggette a frane e, per questo motivo, sono visitabili solo per 500 metri, visto che sono poco sotto il terreno e le strade del paese, in una posizione che ha comportato, nel corso degli anni, alcuni crolli. La grotta, però, è di facile percorrenza, perché si attraversa sempre in piedi camminando nelle ampie gallerie. La visita, adatta a tutti, dura circa un’ora e 30 minuti. Poiché è scivolosa, consigliamo sempre adeguati scarponcini ai piedi, mentre il vestiario deve essere adatto all’ambiente interno. Il casco e l’attrezzatura necessari alla visita, per cui è dovuto un contributo, sono forniti dagli speleologi».

La visita alla grotta consente di avvicinarsi alla speleologia

Si tratta di un ambiente molto fragile, a cui i visitatori devono prestare molta attenzione. «Le gallerie – spiega Ravanelli – hanno un diametro di circa 10 metri, mentre alcune sono alte anche 15 metri. Presentano poche concrezioni a causa della loro conformazione: il calcare di Zu, infatti, è molto friabile e non ne permette lo sviluppo. Durante la visita si possono vedere qualche colata e stalagmite. È una bella grotta per iniziare a scoprire il mondo ipogeo e prendere confidenza con il buio». «Come tutte le grotte – conclude Ravanelli – anche la Tomba dei Polacchi racchiude un ecosistema particolare e da tutelare. È l’habitat di molti esseri viventi, principalmente di insetti, studiati dagli biospeleologi».

Il nome una traduzione sbagliata di Antonio Stoppani dal dialetto

Stalagmite all’ingresso

Alcuni vasi contenenti sacrifici animali sono stati rinvenuti a circa 150 metri dall’ingresso principale sotto una stalagmite.

Un reperto al Museo Caffi di Bergamo

Il più importante, tra i vari reperti archeologi ritrovati all’interno della Tomba dei Polacchi di Rota d’Imagna a metà degli anni ’70 del ’900, è sicuramente un rasoio per la concia delle pelli, esposto oggi al Museo civico di scienze naturali Enrico Caffi di Bergamo. Il reperto non solo è riconducibile all’Età del bronzo, ma è esso stesso di bronzo.

All’interno solo con la guida

La visita è consentita solo con la guida di speleologi del Gruppo Valle Imagna o di altri speleologi esperti. Per informazioni e prenotazioni: www.proloco-rotaimagna.org; 3929612606; [email protected]

Si attraversa un fiume con un ponte

La Tomba dei Polacchi è un complesso di grotte e cunicoli che si sviluppa per circa 4 km. Le visite guidate riguardano circa 500 metri. Il percorso è attrezzato, con un ponte che permette ai visitatori di attraversare un fiume interno.

Due ingressi, un passaggio basso

La grotta presenta due ingressi: quello principale al fondo di una dolina e il Bus di Bagassi in una scarpata franosa in una valletta poco distante. L’ingresso principale è costituito da un passaggio basso che immette in una spaziosa galleria.

Un coleottero: la Boldoriella

Tra gli esseri viventi che abitano la Tomba dei Polacchi troviamo anche la Boldoriella, un genere di coleotteri della famiglia Carabidae. È stata studiata dagli biospeleologi che frequentano la grotta.

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