Giovedì 01 Dicembre 2011

«Più pensioni che ultra60enni
Il 68% è sotto i mille euro»

Pensionati in difficoltà, situazione poco rosea e un futuro incerto. Lo dice la Cgil di Bergamo partendo dai dati sugli importi delle pensioni erogate nel territorio bergamasco ed elaborati dall'Osservatorio regionale sulla Previdenza dello Spi-Cgil. «La situazione dei pensionati, anche nella nostra provincia, è tutt'altro che rosea: non lo dicono solo le impressioni, lo dicono i numeri - spiega Gianni Peracchi, segretario generale provinciale dello Spi -. E le condizioni sono ancora più difficili se viste alla luce del delicato ruolo sociale che i pensionati svolgono in questo periodo di crisi: sono uno straordinario ammortizzatore sociale, con i propri risparmi e con il proprio aiuto, per molti giovani e molte famiglie».

La popolazione sopra i 60 anni nel comprensorio orobico (che per la Cgil è costituito da tutta la provincia meno i due distretti dell'Alto e del Basso Sebino, quindi da 222 Comuni su 244) è di circa di 240.000 unità. Le pensioni erogate, invece, nel 2011 hanno raggiunto la cifra di 295mila. Ora, pur precisando che si tratta di una stima (puramente indicativa, visto che esistono ultrasessantenni che non percepiscono pensione ma anche under 60 che ce l'hanno e visto che alcun pensionati ne percepiscono più di una), ci sarebbero dunque più pensioni che cittadini ultrasessantenni.

«Dai dati dell'Osservatorio SPI regionale vediamo che il 68% dei trattamenti (199.948 per l'esattezza) è inferiore ai 1.000 euro mensili - continua Peracchi -; di questi, 120.584 sono al di sotto della soglia dei 500 euro. I dati in altre regioni e territori, specie nel centro e nel sud del Paese, si caratterizzano con un segno ancor più negativo. Evidenzio l'aspetto prevalentemente economico, cioè di quanto arriva davvero, nelle tasche dei pensionati, perché in questa delicata fase di risanamento dei conti e della finanza pubblica se ne dovrebbe tener conto ancor più di prima, anche a fronte della riduzione drastica dei servizi (dal trasporto pubblico locale ai servizi alla persona) che comporta effetti pesanti nelle economie domestiche dei più anziani. Così dovrebbe essere tenuto in considerazione anche il fatto che le pensioni hanno subito una perdita consistente del loro potere d'acquisto negli ultimi anni e che ulteriori incrementi dell'Iva determinerebbero un rialzo dei prezzi che sarà difficile da affrontare per chi ha pensioni o salari medio-bassi. Il sistema pensionistico è già stato ampiamente razionalizzato, come hanno recentemente affermato il Presidente del Consiglio e la neo Ministra del Welfare Elsa Fornero. Sarebbe, quindi, opportuno intervenire chiedendo sacrifici a chi non ne ha già fatti, con un'imposta ragionevole sui grandi patrimoni, ad esempio».

Possono esserci ulteriori margini di intervento? «Può darsi, ma a condizione che si parta dall'armonizzazione di tutti i trattamenti (è iniquo che permangano aree di “privilegio”: magistrati, parlamentari, dipendenti della regione Sicilia, ad esempio) e che si garantisca che dopo 40 anni di attività lavorativa, oggi di fatto già quasi 42, un lavoratore e una lavoratrice abbiano la possibilità di andare in pensione, con il computo integrale e non parziale dei propri contributi - conclude il sindacalista -. Certo è che se non si prevedono meccanismi di valorizzazione economica e di rivalutazione delle pensioni rischieremo di aver un sistema che produrrà sacche di povertà più ampie di quelle di oggi. E che tra l'altro renderà necessari nuovi interventi di sostegno al reddito delle persone anziane. Se si continua a spingere nell'indigenza le persone, si produrrà un difetto di sistema pericoloso per i prossimi anni. Quindi se di riforme si deve parlare, è utile considerare anche questo rischio, per una ragione di prospettiva e di sostenibilità economica e sociale per i pensionati di oggi, per chi ha perso il posto di lavoro ed è ad un passo dalle "finestre" per la pensione e per i giovani, futuri pensionati di domani».

fa.tinaglia

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