Cgil Bergamo: «Quadro preoccupante  C’è da riorganizzare i servizi ai cittadini»
Operaio metalmeccanico all'interno di un tubo industrale cammina tra una serie di tubi portanti

Cgil Bergamo: «Quadro preoccupante
C’è da riorganizzare i servizi ai cittadini»

Il segretario generale Gianni Percchi commenta l’analisi Ires «Lucia Morosini» sui dati congiunturali di Banca d’Italia, Istat e Inps.

In vista della ripresa post Covid-19, ci consegna un quadro preoccupante la dettagliata analisi dell’istituto Ires «Lucia Morosini» che prende in considerazione i dati congiunturali sull’economia italiana di Banca d’Italia, Istat, Inps, aggiornati al 18 maggio. Li passa in rassegna e li commenta Gianni Peracchi, segretario generale della Cgil di Bergamo.

«L’emergenza sanitaria Covid-19 si è innestata in un contesto di preesistenti difficoltà dell’economia italiana, raffreddando le speranze di ripresa. Le politiche di bilancio e le tensioni interne al Paese hanno generato preoccupazioni sui mercati finanziari circa il posizionamento dell’Italia nello scacchiere internazionale e la sostenibilità dei suoi conti pubblici, determinando un aumento dei tassi di interesse sul debito».

La decrescita del prodotto interno lordo nell’ultimo trimestre del 2019 (-0,3%) ha prodotto una stagnazione in corso d’anno (+0,3%). L’agricoltura e l’industria in senso stretto hanno fornito, complessivamente, contributi negativi alla crescita del valore aggiunto (con un calo pari rispettivamente a -1,6% e -0,4% durante l’anno), mentre positivi sono stati quello dei servizi (+0,3%) e quello delle costruzioni (+2,6%), settore in lenta ripresa da una lunga crisi strutturale.

Gli effetti recessivi delle misure di contenimento dell’epidemia adottate da governo, cittadini e aziende hanno prodotto ulteriormente un calo della domanda e una crisi dell’offerta concentrati in alcuni comparti dei servizi e dell’industria (alloggio e ristorazione, commercio al dettaglio non alimentare, trasporti, produzione di autoveicoli e loro componenti) che si riverberano sull’intera economia.

Le proiezioni più aggiornate concordano nel prospettare la più grave recessione mondiale dal 1929: il Fondo Monetario Internazionale ha previsto, sotto le premesse di uno scenario base in cui la pandemia si dissolverebbe nella seconda metà dell’anno, un calo del prodotto interno lordo mondiale del 3%, ben più profondo di quello verificatosi durante la crisi finanziaria del 2008 (-0,1%). Secondo l’International Labour Organization, sono a rischio 195 milioni di posti di lavoro in tutto il pianeta, un numero incomparabile ai 22 milioni persi nel biennio 2008-2009.

La contrazione del Pil italiano, stimata attorno al 9,1%, sarebbe la più pesante tra le nazioni europee dopo la Grecia, e ad essa dovrebbe seguire un rimbalzo del 4,8% nel 2021. I principali osservatori, nei mesi di aprile-maggio, concordano nel prospettare uno scenario di grave recessione per il 2020, con una forbice compresa tra il -7,5% e il -11,6% ed un recupero solo parziale della produzione nel 2021.

I riflettori sono puntati inoltre sul debito pubblico che, per effetto delle misure di sostegno ad imprese e cittadini in crisi di liquidità, potrebbe aumentare dal 105% al 122% del Pil mondiale (Fonte: Fmi). Secondo la Commissione Europea, il debito pubblico dell’Italia impennerà dagli attuali 134,8 punti di Pil fino a 158,9, per effetto sia della dinamica negativa della produzione sia dell’aumento della spesa in deficit, che tra il 2019 e il 2020 passerà dall’1,6% all’11,1% del Pil. Grazie al combinato di quantitative easing e flessibilità nella deviazione dalle capital key, l’intervento della Bce sta scongiurando il rischio di default del nostro Paese. La necessità di attuare riforme strutturali che instradino il debito nazionale in una stabile traiettoria discendente, in ogni caso, appare sempre più pressante.

«La stima preliminare dell’Istat ha confermato un pesante effetto-lockdown per il primo trimestre del 2020, durante il quale il Pil è sceso del 4,7% su base congiunturale, più di quanto sia avvenuto per il complesso dell’Area Euro (-3,8%). Il deterioramento della fiducia di marzo ha interessato tutti i settori dell’economia italiana: il manifatturiero (-9,3 punti nell’indice corrispondente rispetto al valore di febbraio), il commercio al dettaglio (-9,5), gli altri servizi (-18) e, in misura più contenuta, le costruzioni (-3,3) che tuttavia, va ricordato, hanno già scontato negli ultimi dieci anni un calo profondo delle aspettative. Nello stesso mese è stato rilevato un crollo delle vendite del commercio al dettaglio (-21,3), frutto di una dinamica molto negativa dell’indice delle vendite di prodotti non alimentari (-36,8) e di una stabilità dell’indice dei prodotti alimentari, cresciuto nel mese di febbraio di 3,3 punti rispetto alla media mensile del 2019. L’indice della produzione industriale è sceso di circa 30 punti rispetto a febbraio; di entità analoga è il calo degli ordinativi del settore dall’Italia, mentre più contenuto quello degli ordinativi esteri (-23 punti)».

Sul fronte dell’occupazione, «la crisi economica è sopraggiunta dopo un 2019 di complessiva crescita dell’offerta di lavoro, sia in termini di occupati, sia in termini di ore lavorate, con una dinamica positiva nei primi tre trimestri e una battuta di arresto nel quarto, in concomitanza del deterioramento della congiuntura economica sopraggiunto alla fine dell’anno. Come sottolineato da diversi osservatori, la crescita degli occupati è stata sostenuta in larga misura da posizioni lavorative a tempo ridotto».

«Le indagini più recenti sulle forze di lavoro anticipano un’inversione di tendenza per il 2020: nel mese di marzo il tasso di occupazione si è attestato a un valore di 58,8 (0,1 punti in meno rispetto a febbraio e 0,2 punti in meno rispetto allo stesso mese dell’anno precedente) mentre il tasso di disoccupazione è sceso di 0,9 punti su base mensile: era da agosto 2011 che non si registrava un valore così basso (8,4). Va evidenziato che il calo della disoccupazione è un segnale tutt’altro che incoraggiante, poiché si accompagna ad una riduzione di analoga entità nella componente degli attivi nel mercato del lavoro (-0,8 punti nel tasso di attività). Esso riflette pertanto uno spostamento di una parte di coloro che erano alla ricerca di un impiego verso le fasce degli inattivi (che non lavorano e non sono impegnati in azioni di ricerca). In questa fase, il fenomeno sembrerebbe riconducibile non tanto a processi di “scoraggiamento”, che tendono a manifestarsi in seguito a periodi prolungati di crisi, quanto piuttosto agli impedimenti oggettivi imposti dal lockdown».

«Il principale sostegno alla crisi occupazionale in atto, la cui dimensione non viene adeguatamente rappresentata dai dati disponibili, è lo strumento della cassa integrazione. Il Decreto Cura Italia, infatti, ha introdotto la causale Covid-19, che prevede un’integrazione salariale speciale destinata a coprire i lavoratori in forza presso i datori di lavoro italiani che sono stati costretti a ridurre o sospendere l’attività a causa dell’epidemia, della durata massima di 9 settimane, successivamente incrementate a 18 con il Decreto Rilancio. La capacità della Cig di tutelare il reddito dei lavoratori sospesi dal loro impiego è comunque limitata: poiché l’assegno mensile è soggetto a un massimale stabilito per legge, il suo importo raramente raggiunge l’80% della retribuzione (comprensiva di ratei di tredicesima e quattordicesima)».

«Ora, contrattare in azienda nuove modalità di organizzazione del lavoro e nel territorio forme di tutela generali volte a mantenere il più alto livello di coesione sociale possibile è una delle chiavi di volta. Per contenere l’impatto della crisi, il Governo ha varato due distinti pacchetti di misure che complessivamente rappresenteranno un’imponente manovra di 80 miliardi, corrispondente quasi al 4% del Pil e finanziata interamente in deficit. E tuttavia è evidente che non basterà attivare cospicue risorse per rilanciare davvero il Paese, ma occorrerà affrontare risolutamente i principali nodi strutturali e puntare alla rigenerazione della governance politica ed economica e alla riorganizzazione dei servizi ai cittadini. Soprattutto in considerazione del fatto che le misure introdotte, essendo finanziate con nuovo debito, comportano una sottrazione di risorse dal futuro».

«Dalla disamina dei decreti emergono alcune novità positive, come un più forte orientamento al potenziamento della sanità pubblica e delle politiche inclusive e di welfare; un’attenzione alle categorie di lavoratori che sfuggono ai radar degli ammortizzatori tradizionali; le misure finalizzate a far emergere il lavoro nero e lo sfruttamento. Tuttavia, l’impianto è quello di un mosaico di interventi tra loro scollegati che mette in luce le preesistenti carenze del welfare italiano: si consideri che nei due decreti, senza considerare la nuova causale della cassa integrazione, convivono ben due misure di sostegno al reddito (Reddito di ultima istanza per autonomi e lavoratori atipici, Reddito di Emergenza) che si sovrappongono al già operativo Reddito di Cittadinanza, testimoniandone in qualche modo la scarsa efficacia».

«Entro breve proveremo a declinare questi dati in chiave locale anche se possiamo già ricavare, facendo le debite proporzioni, alcune indicazioni utili ad orientare meglio le nostre strategie ed azioni nei mesi a venire. Un quadro, dicevo, molto preoccupante che è bene conoscere, perché solo con la consapevolezza dei dati e delle prospettive si può uscire da questa pesantissima crisi».

L’Ires «Lucia Morosini» è un istituto no profit fondato nel 1982, per volontà della Cgil Piemonte. Sin dalla sua costituzione si è qualificato per il profilo pluralistico negli indirizzi e nei contributi raccogliendo l’esperienza di studiosi, sindacalisti ed operatori sociali.


© RIPRODUZIONE RISERVATA