«Siamo sopravvissuti allo tsunami Le aziende tessili ora sono più forti»

«Siamo sopravvissuti allo tsunami
Le aziende tessili ora sono più forti»

Silvio Albini, nella sede di Albino, accarezza con voluttà il Giza 87, il cotone coltivato dall’azienda di famiglia nel delta del Nilo, e invita a fare lo stesso. In effetti, è di una morbidezza eccezionale.

È anche grazie a questi prodotti che il tessile bergamasco di qualità ha saputo conquistare i mercati esteri. Dottor Albini, qual è la situazione del comparto, in Italia e in provincia?
«Il tessile italiano e bergamasco è sopravvissuto a un vero e proprio tsunami che per 15 anni ha imperversato, ma oggi è più solido di quanto non lo fosse prima della crisi ed è più attrezzato ad affrontare le sfide del futuro
. Il tessile è stato il primo ad essere investito dal fenomeno della globalizzazione: prima l’ingresso della Cina nel Wto nel 2001, poi la fine dell’accordo mondiale Multifibre del 2006 che metteva un limite alle importazioni da Cina e Far East, e infine la grande crisi mondiale iniziata nel 2007. Tante aziende del tessile non ce l’hanno fatta ma quelle sopravvissute ora hanno le spalle più forti, grazie alle trasformazioni imposte dalla crisi che le ha obbligate a passare dalla condizione di “commodities” a “specialities”, cioè in grado di offrire un prodotto di qualità più elevato da esportare».

Le prospettive?
«Volendo essere un po’ ottimisti, le prospettive per il tessile italiano e bergamasco sono migliori rispetto a qualche anno fa, anche se questo raggio di ottimismo potrebbe essere oscurato dalle nuvole che si sono presentate all’orizzonte in questi ultimi mesi: anche noi esportiamo gran parte della nostra produzione, viviamo di export (esportiamo anche attraverso i nostri clienti italiani, a partire da Zegna), dipendiamo dall’export, e intravedo un po’ di sabbia negli ingranaggi dell’esportazione, dovuta a situazioni geopolitiche ed economiche».

Quali in particolare?
«Alludo alla crisi della Russia e alla svalutazione del rublo, alle tensioni politiche in Ucraina, in Turchia, in Nord Africa e in Medio Oriente: tutte aree dove le aziende migliori del tessile italiano sono presenti in maniera molto forte, e che oggi sono per vari motivi in fibrillazione. Un altro fattore di incertezza è il nuovo corso politico in Cina, dove il premier ha inaugurato una linea improntata a una maggiore sobrietà sul piano dei consumi, e questa cosa non può che colpire tutta l’industria italiana del lusso».


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