Tornare a lavorare la seta in Bergamasca  Moda e cosmesi, la Val Gandino ci pensa
L’antico torcitoio della seta, nel museo del Tessile a Leffe

Tornare a lavorare la seta in Bergamasca

Moda e cosmesi, la Val Gandino ci pensa

Allo studio il tentativo di ripristinare la lavorazione che aveva fatto la fortuna di questa terra. La domanda esiste: non solo tessile ma anche cosmetica.

Un «ritorno al futuro» possibile, su cui la Val Gandino intende misurarsi. Potrebbero essere il ritorno della bachicoltura e la filatura della seta i nuovi orizzonti di quella che un tempo era la Valle dell’Oro, dove il tessile in ogni forma e accezione è stato core business incontrastato degli ultimi secoli. L’opportunità per lanciare una nuova intrigante sfida è quella della «Festa del Tessile» di domenica dalle 14 al Museo di Leffe, dove in coincidenza con la festa del Lavoro si parlerà proprio di bachi, del pregiato filo di seta e della possibile reintroduzione di questa lavorazione in Valle.

«In questi giorni - conferma Gianfranco Bosio, direttore del museo - abbiamo portato da Padova alcune foglie di gelso, per nutrire i bachi che alleviamo a scopo didattico e che sono alla base del ciclo completo in mostra nell’esposizione». Padova non è meta qualsiasi: è infatti sede del Crea-Api, l’ente di ricerca del Ministero dell’Agricoltura per la ricerca in apicoltura e bachicoltura, diretto da Silvia Cappellozza, che conserva dal 1871 una banca dati inestimabile.

Un centro di gravità (sul tipo di quello che è per il mais il Crea di Bergamo) cui guarda con interesse il mondo dell’artigianato seriano. «Siamo ad una fase embrionale - conferma Filippo Servalli del Distretto de “Le Cinque terre della Val Gandino” - ma molto stimolante. Ci sono colossi della moda come Hermès e Versace che ipotizzano di ricostruire una filiera corta della seta italiana ed europea. Una delegazione italo-francese (Crea Api Padova e Lione-Hermès) si è recata in Estremo Oriente, dato che il mercato segnala con insistenza l’involuzione qualitativa della seta cinese. Oggi in Italia si importano 3.000 tonnellate all’anno di filati di seta dalla Cina, poi lavorati dai diversi setifici. Per coprire il 10% del fabbisogno italiano, con nuova seta di qualità, basterebbero 10.000 ettari coltivati a gelso da frutto. C’è un mercato che in questo senso tende ad aumentare la domanda, al punto che sono economicamente sostenibili esperienze che a Vicenza vedono protagonista un’azienda orafa (oro e seta per creare gioielli) e nel Milanese due aziende legate alla cosmetica».


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