Aeroporto, adesso giocare all’attacco

Aeroporto, adesso
giocare all’attacco

Per il futuro dell’aeroporto di Orio, quella di venerdì non è stata una giornata qualunque. Da una parte, infatti, il Consiglio di via Tasso ha dato il via libera alla cessione del 3% delle quote di partecipazione della Provincia nella Sacbo, la società che gestisce lo scalo aeroportuale. Dall’altra, in una riunione informale avvenuta in mattinata, il patto di sindacato degli azionisti bergamaschi (Ubi Banca, Comune di Bergamo, Camera di Commercio, Provincia, Banco Popolare, Italcementi, o meglio HeidelbergCement, Confindustria Bergamo e Aeroclub Taramelli) ha sostanzialmente accantonato (anche se qualcuno spinge ancora verso Milano...) la fusione con la Sea, la società degli aeroporti milanesi.

È vero che la lettera d’intenti che «vincolava» all’impresa le due società era scaduta lo scorso 31 ottobre, ma venerdì è stata consegnata ai soci del patto la nota che il Comune di Milano (principale azionista di Sea) e «2i Aeroporti» (primo azionista privato di Sea) hanno inviato loro il giorno prima, giovedì 3 novembre. Chi si aspettava una vigorosa e vibrante richiesta di riprendere quanto prima il cammino formalmente interrotto alla fine di ottobre è rimasto deluso. Nella lettera – indirizzata al portavoce degli azionisti bergamaschi, Andrea Moltrasio – si chiede di far conoscere agli azionisti del patto la posizione dei soci Sea. Ma qual è questa posizione? La stessa identica di un anno fa, quando era stata firmata la prima lettera d’intenti tra Sea e Sacbo. Nello scritto di giovedì, infatti, i principali azionisti di Sea esprimono il proprio interesse a compiere con Sacbo una valutazione congiunta della prospettata operazione di integrazione, per valutare se esistono o meno i presupposti di una possibile intesa alla fusione, sia per quanto concerne i termini e le condizioni dell’integrazione societaria sia per quanto concerne gli assetti di governance della società che deriverebbe dall’integrazione. Nessun riferimento al percorso fin qui compiuto verso la costituzione di quella famosa «newco» con Sea al 65% e Sacbo al 35% che già a inizio estate aveva fatto storcere il naso ai soci milanesi, tanto da prospettare un nuovo rapporto (a dir poco improponibile), con Sea all’80-82% e Sacbo al 18-20%. Insomma, tutto da rifare.

Nel caso gli azionisti di Sacbo fossero interessati alla cosa, Sea intenderebbe condividere «prontamente» un percorso strutturato per definire tempi e modalità dell’operazione. Infine Sea fa sapere di aver approvato nei giorni scorsi il proprio piano industriale quinquiennale 2017-2021.

Piuttosto «freddina» la reazione degli azionisti bergamaschi: qualcuno più a malincuore di altri, ma (quasi) tutti hanno convenuto che l’idea di finire nelle fauci di Sea in forte minoranza è totalmente da respingere. Nei prossimi giorni, dunque, partirà alla volta di Milano la lettera di risposta: grazie, vi faremo sapere. Quanto al proprio piano industriale, in Sacbo sembra prevalere l’idea di non condividerlo con nessuno, Sea in testa. Scampato pericolo? Forse, anche perché sotto la cenere cova ancora qualche piccolo fuoco...

Tuttavia gli accadimenti di venerdì prospettano inevitabilmente due tipi di problemi, il primo legato a cosa fare adesso, il secondo a quali riflessioni porti il «sacrificio» del 3% deciso dalla Provincia.

Sul primo punto, gran fretta non c’è, anche solo – banalmente – perché a primavera (tra aprile e maggio) Sacbo dovrà rinnovare il proprio Consiglio d’amministrazione, oggi presieduto da Miro Radici (al quale, peraltro, non dispiacerebbe continuare ad occuparsi di Sacbo). Nonostante qualcuno abbia già proposto la creazione di una holding (strizzando di nuovo l’occhiolino a Milano) e qualcun altro la quotazione in Borsa di Sacbo (per conto proprio, questa sì potrebbe essere un’idea interessante), imbastire ora nuove strategie non sapendo bene chi muoverà i fili tra circa sei mesi sembrerebbe azzardato. Dopo il rinnovo, inoltre, bisognerà lasciare tempo al nuovo Cda di prendere le misure, poi sarà già tempo di vacanze, e tutto, dunque, può essere rimandato al prossimo settembre. E poi c’è sempre lo scalo di Montichiari... Certo, non che si possa stare con le mani in mano, ma le strategie per continuare a mantenere alti gli standard dell’aeroporto (i cui utili sono in continua crescita) possono essere pensate con più calma, e – soprattutto – alle condizioni che meglio soddisfano i bergamaschi. Provincialismo? Qualcuno lo dice. Lasciamoglielo dire. Quanto a Ryanair, quella di Bergamo è la più grande base continentale del vettore irlandese, che qui guadagna quasi il 10% dei propri utili: difficile che pensi di andare altrove, sarebbe troppo complicato e molto rischioso.

Il secondo punto è invece più delicato di quanto possa apparire. La vendita del 3% delle azioni della Provincia non è un segnale di disimpegno dell’ente di via Tasso (che mantiene il 10,20%), ma pone una domanda di fondo: oggi come oggi quant’è robusto il patto di sindacato degli azionisti bergamaschi? Quanta coesione e quanta compattezza sono rimaste tra gli otto componenti del patto? La situazione di Ubi è nota – alla banca, dopo la fusione, di bergamasco è rimasto davvero poco, senza contare che a capo del Consiglio di gestione c’è l’ex sindaco di Milano, Letizia Moratti – , così come quella del Banco Popolare, che da tempo ha incorporato il Credito Bergamasco ma che presto – giocandosi il futuro sull’asse Milano-Verona – non avrà più alcun bergamasco negli organismi decisionali. Sulle «casse» di Provincia e Camera di Commercio meglio stendere un velo pietoso... Le quote di Italcementi, infine, sono oggi nelle mani di HeidelbergCement (a quasi 700 chilometri da Bergamo). Serve dunque un’idea per rafforzare il patto, per giocare d’attacco. Indicare quale sia la migliore non è facile, ma – a questo punto – è bene che i bergamaschi ci mettano la testa: in gioco c’è il 9% del Pil bergamasco, oltre 3 miliardi e mezzo di euro...


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