Al mattino indignati
alla sera invasati

«Spesso si dice che l’opinione pubblica è indignata. E magari è anche vero: al mattino. Alla sera siamo tutti a guardare la partita!». Così Montanelli una ventina d’anni fa. Le cose non sono cambiate di molto in questi giorni nei quali il termine «indignados» alla spagnola è un must.

I riferimenti più recenti sono Torino e Bergamo, dove era di scena il derby della Mole, mentre in Lombardia si è verificato un episodio che potremmo quasi collegare al film Toro scatenato. Già in passato molti antropologi vedevano negli sport popolari una catarsi degli istinti aggressivi innati, per cui in essi si avrebbe quasi una variante meno offensiva della guerra. In realtà si vede ancor oggi che spesso gli istinti nello sport non si sublimano ma si eccitano e sfociano in vere e proprie violenze e assalti, talvolta con morti e feriti.

Eppure la matrice del fenomeno sportivo - che il filosofo Max Scheler considera come uno dei più rilevanti, per la sua incidenza sociale e psicologica, dell’età contemporanea - ha nei suoi cromosomi padri e madri nobili. Nello sport si celano anche categorie umane capitali come la corporeità, il gioco, il tempo libero, la dinamicità, la festa, l’esercizio severo fisico che si trasforma in abitudine spontanea e così via. Indispensabile - e purtroppo disattesa - è la formazione dell’educatore sportivo e, quindi, l’educazione allo sport. Ritorniamo agli episodi di ieri: nove feriti, cinque arresti (numero che è destinato a salire), un denunciato. Questo è il folle bilancio di quanto avvenuto prima e durante il derby tra il Torino e la Juventus.

La violenza nel calcio non è una questione di parole: è una questione di fatti che troppo spesso rimangono impuniti. Bombe-carta o altri atti violenti negli stadi fanno notizia durevole solo se sfiorano la strage, come stavolta a Torino. Ma ogni sciagurato petardo scagliato fra la gente ha in sé un potenziale di devastazione. Ci siamo abituati a questa scellerata normalità, come ci siamo assuefatti a un calcio «blindato». Le cronache ci raccontano che nessuno è rimasto ferito a bordo del pullman della Juve grazie ai doppi vetri. Abbiamo così il paradosso di una squadra di calcio che deve corazzarsi come un furgone portavalori o un cellulare di trasferimento di detenuti. Le quotidiane iniezioni di veleno verbale e comunicativo, da mezzo secolo in qua, ci hanno assuefatto: la violenza nel calcio non fa più effetto finché non ci scappa il morto.

Inserito in questo contesto, il Far West innescato negli spogliatoi di Bergamo appare paradossalmente emblematico. Il sindacato calciatori farà mai sentire la sua voce presso gli iscritti affinché s’impegnino a piantarla con scene del genere? Infatti, il rammarico e la delusione aumentano quando ci si accorge che tutto quello che resta, di una domenica per altri versi appassionante, è una disarmata sensazione di sconforto. Alla fine domina l’inaccettabile livello di barbarie (unica parola possibile) toccato da pensieri, parole e opere di frange non troppo marginali delle tifoserie.

Riandando alle radici dell’attività ludica, non si può dimenticare che il gioco nella classicità era connesso anche al sacro. La secolarizzazione ha ridotto lo sport a rito di massa «laico», a tifo, privo di ogni segno di creatività, di interiorità, di armonia, cancellando la possibilità di spazi festivi esterni allo sport, come il culto, la lettura, la riflessione, la vita in famiglia. Sbrigativo ma pungente come sempre, Karl Kraus ammoniva: «Lo sport è figlio della democrazia ma contribuisce all’istupidimento del singolo e della famiglia». Contro una simile deriva è necessario introdurre vaccini che risanino ed esaltino questa sorta di «esperanto» dell’umanità che è lo sport.

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