Attacchi informatici e Stati deboli

Attacchi informatici
e Stati deboli

Da «Matrix» a «Skyfall» fino a qualche mese fa gli attacchi informatici erano per tutti noi solo roba da film. Non c’è quasi thriller o pellicola d’azione recente in cui non entri in scena un pirata informatico più o meno sofisticato che minaccia il mondo. La cyber sicurezza è ormai materia abituale per sceneggiatori, scrittori e registi che lavorano di fantasia: fabbriche manomesse da «malware», virus informatici che devastano computer, fanno impazzire il traffico manomettendo i semafori, rubano documenti segreti, leggono la nostra posta elettronica, sabotano il Pentagono o il quartier generale della Cia rischiando di far partire missili nucleari e scatenare la Terza guerra mondiale. Un mondo fittizio e immaginario che utilizza tecnologie vere per creare conseguenze suggestive ma fantasiose. O almeno così ci illudevamo.

Da venerdì scorso, dopo l’attacco globale lanciato dall’Inghilterra che ha permesso al virus informatico «ransomware» (in pratica «ricattatore») battezzato «Wanna Cry» di devastare servizi pubblici, società e privati di 150 Paesi del mondo, siamo precipitati in un incubo planetario. Pare che il virus, come nei migliori film, fosse stato sviluppato in origine dalla Nsa, l’Agenzia americana della sicurezza nazionale e poi rubato da hacker inglesi, come in un film di James Bond, per fini malvagi. I virus «ransomware» (appunto da «ransom», che vuol dire riscatto) si insinuano all’interno del pc e «sequestrano» letteralmente i dati dell’utente. A qual punto si hanno due possibilità: o si paga o si riformatta il pc perdendo tutto. Il pagamento del riscatto è richiesto in «bitcoin», un sistema che permette di rimanere anonimi e di non tracciare il denaro. Cose da fantascienza? Mica tanto: chiedetelo ai centinaia di migliaia di utenti di pc «infettati», dalla Renault alle sedi istituzionali cinesi. In tutto il mondo sono stati fatti danni catastrofici. E quando l’Europa tirava un sospiro di sollievo di fronte ai danni sventati, la Cina e il Giappone in poche ore divenivano la nuova preda del «cyber attacco». Sono stati coinvolti colossi come Hitachi, che ha ravvisato infiniti problemi della ricezione delle mail dei suoi dipendenti, al pari delle filiali inglesi di Nissan e del colosso ferroviario nipponico East Japan Railway. Il bilancio è di 200 mila computer «infettati», per i quali i pirati informatici che hanno preso in ostaggio i pc hanno chiesto un riscatto medio di circa 300 euro a computer. Molti - costretti dalla necessità - hanno accettato, anche se Europol raccomanda di non pagare. Per il capo dell’Ufficio europeo di polizia, Rob Wainwright, «siamo di fronte ad una escalation e il numero dei sistemi colpiti potrebbe continuare a crescere».

Il Paese più bersagliato resta la Gran Bretagna, e in particolare il suo sistema sanitario, il cosiddetto National Health Service, il Servizio nazionale di sanità, con 48 aziende ospedaliere capaci di vincere quotidianamente virus portatori di malattie di ogni genere ma inadeguati a combattere il micidiale virus informatico. Il cyber attacco di venerdì insomma ha rivelato tutta la debolezza degli Stati, anche dei più progrediti, di fronte alla minaccia di una criminalità informatica capace di bloccare il mondo.

Che succede se dalla criminalità si passa al terrorismo? Potenzialmente, visto che la nostra vita ormai è dominata da Internet e dai computer, la nuova «Spectre» informatica può condizionare qualunque cosa: la corrispondenza pubblica e privata, il traffico metropolitano, la sicurezza militare, persino le elezioni (come pare sia avvenuto in America) e dunque l’essenza stessa della democrazia.

Di fronte a questi nuovi nemici per il momento le aziende, gli Stati e le istituzioni non hanno fatto di meglio che rimpallarsi la responsabilità di quel che è avvenuto. Putin ha ironizzato sulla fragilità del sistema americano, la Microsoft accusa la Nsa e la Cia, Trump sospetta hacker cinesi e via dicendo. Per ora ci ha salvati, come nei film, un ragazzino inglese di 22 anni specializzato in sicurezza digitale che ha avuto l’intuizione di acquistare un dominio utilizzato dal virus e attivare il tasto dell’autodistruzione, fermando il contagio. Ma la verità è che il virus «Wanna Cry» potrebbe essere solo l’inizio. E non siamo più dentro un film.


© RIPRODUZIONE RISERVATA