Benvenuti nell’Italia
degli orologi fermi

Al turista che viene dalla Svizzera l’Italia al posto di frontiera di Chiasso riserva un’accoglienza particolare. Gli dà il benvenuto con due torri di cemento stile Anni Sessanta sulle quali campeggiano due grandi orologi. Fermi.

Perché chi viene dal Paese della precisione deve sapere subito che in Italia non è così. Ci vuole ovviamente tutta l’improvvisazione, il menefreghismo che spesso regna sovrano nella gestione della cosa pubblica, per costruire due orologi in perenne avaria all’uscita dalla Confederazione che del tempo esatto ha fatto la sua immagine.

Ma questa è l’Italia che abbiamo messo insieme in questi decenni, quella dei tunnel che portano le automobili dal confine svizzero a Como, antri oscuri, neri come il carbone dopo anni di incuria, dove la manutenzione è una parola sconosciuta. E le cartacce invece una presenza costante. Perché qui ognuno fa quel che gli pare ed è giusto che il turista lo sappia. Così si regola. Finalmente può sporcare anche lui e godere del piacere sottile della trasgressione. Una sensazione che a casa gli è negata. Anche questa è infatti vacanza. Due segnatempo fuori uso, tunnel evocatori del buio e della sporcizia alla fine diventano il biglietto da visita autentico di un’Italia che è così.

Naturalmente verrebbe da chiedersi dov’è quel genio che ha avuto la brillante idea di sfidare gli svizzeri nella misurazione del tempo – tanto per mandarne il nome ai posteri –: ma si scoprirebbe che non c’è perché è la macchina procedurale che produce mostri anonimi, così come siamo tutti noi a portare il peso delle schifezze che creiamo. La monnezza di cui le autostrade italiane si circondano è prodotta da alcuni, sopportata da molti e tollerata da tutti. Alla società Autostrade, cui compete la pulizia, dicono che non gliela fanno a stare dietro alla sporcizia. Si ricrea a ritmi troppo elevati. Benissimo, allora raddoppiate i turni. Quando i Benetton si sono presi le autostrade lo sapevano che erano in Italia o pensavano che gli italiani in tema di civismo sono come i norvegesi?

A San Francisco, in California, cadono i pali dei lampioni della pubblica via. Recentemente ne è caduto uno su una macchina di passaggio. Il conducente, secondo il «San Francisco Chronicle», l’ha fatta franca per un pelo, tanta era la distanza fra la sua testa e il bestione di metallo cascatogli addosso. Motivo? Sono erosi alla base dall’urina dei passanti. Sembra che lo sport cittadino sia quello di farla, per così dire, in pubblico. Per i muri che l’oltraggio lo vivono quotidianamente hanno trovato l’antidoto. Da Amburgo, quartiere St. Pauli, hanno importato una vernice che respinge il liquido nauseante e lo rischizza verso chi lo produce. Ma per i 160 lampioni nel frattempo sostituiti non ha funzionato. L’attacco in massa ai sostegni della luce pubblica li ha portati al collasso. Raccomandare che magari forse sarebbe meglio farla a casa o in ufficio si dice che a San Francisco non faccia tendenza, e chi osa rimarcarlo passa per reazionario.

Così l’amministrazione comunale si appella ai cittadini e li esorta a lasciare in pace i malcapitati lampioni, e a rivolgersi invece agli idranti. Sono robusti, bassi e poi al primo incendio si lavano. Sulla costa occidentale del Pacifico hanno sede Google, Apple, università blasonate e ricchi miliardari e c’è da giurarci che l’esempio californiano intriga. Perché al prossimo straniero che si lamenta del fatto che in molte parti d’Italia regna il disordine e la sporcizia, ci sarà sempre qualcuno pronto a rispondere che è un provinciale. Perché insozzare la pubblica via è chic. Lo fanno anche a San Francisco.

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