Bill Gates, le tasse e un’Europa bloccata

Bill Gates, le tasse
e un’Europa bloccata

Lo scontro fra il governo italiano e la Commissione europea in tema di rispetto dei parametri di Maastricht solleva due domande. La prima: ce la può fare l’Europa che abbiamo costruito? Sono anni che le economie del vecchio continente fanno fatica a riprendersi. È di questi giorni che persino la locomotiva tedesca ha cominciato a rallentare. Per contro, l’economia americana ha ripreso a crescere e creare posti di lavoro. Il confronto fra i Paesi europei e gli Stati Uniti è illuminante. Il nostro è un continente a cui manca da tempo la capacità di cambiare ed innovare.

Basti pensare alle imprese: quali sono le aziende che negli ultimi vent’anni hanno rivoluzionato la nostra vita? Apple, Google, Microsoft, Facebook, Amazon. Possiamo citarne di equivalenti europee? La risposta è no. In Europa abbiamo conglomerati industriali come Siemens ed ABB, alcune delle più importanti multinazionali farmaceutiche o del largo consumo, una solida base manifatturiera medio piccola, ma la capacità di innovare, cioè concepire qualcosa di rivoluzionario sino ad allora neanche immaginato – quella no, l’Europa non ce l’ha più. E non la ritroverà con le leggi che promuovono l’innovazione o le politiche di incentivo alle start up.

A Bill Gates o Steve Jobs non sono servite leggi. È bastato un garage e la vicinanza a Stanford e Mit per produrre la rivoluzione che quotidianamente sperimentiamo coi nostri tablet.

L’Europa è invece prigioniera di una burocrazia soffocante, tale da fare quasi ombra a quella italiana, che produce leggi e regolamenti per giustificare se stessa, che pensa che il coraggio di innovare possa trovare sostegno in un finanziamento a fondo perduto o in un «incubatore». Nel campus del Mit le uova si schiudono da sole: non hanno bisogno di incubatrici.

Una burocrazia che si traduce in un approccio che ha ingessato le nostre università e il nostro sistema finanziario. Perché l’Europa riparta è necessario che smonti se stessa, ritornando ai propri principi ispiratori, quelli di assicurare all’ interno la libertà di merci, persone e capitali. E rifletta sulla necessità di ritrovare nell’università uno dei propri punti di forza.

La seconda domanda: dobbiamo concludere, come spesso si intuisce nelle parole di Renzi, che i problemi italiani siano dovuti all’Europa dei trattati e dei burocrati? Per rispondere, possiamo provare a riformularla: se l’Italia non appartenesse all’Unione europea, potrebbe permettersi di seguire politiche economiche significativamente diverse da quelle imposteci da Mastricht, ignorando il vincolo di bilancio?

La risposta è no e la ragione è chiara a tutti, l’elevato livello del nostro debito pubblico. Questa è la differenza fra noi ed i principali Paesi europei: noi non possiamo invocare alcuna flessibilità nel deficit pubblico per rilanciare la crescita. Aggraveremmo ulteriormente il nostro indebitamento, la capacità di finanziarlo a tassi di interesse accettabili, stringendo un ulteriore cappio sull’economia e sulle generazioni future, chiamate a rimborsare il debito lasciato da chi le ha precedute (ad esempio, costrette a percepire pensioni inferiori a quelle dei propri genitori). Non dimentichiamo che la maggiore spesa pubblica si tradurrebbe in ennesimi sprechi. L’Italia non è in grado di attuare politiche di tipo keynesiano, promuovendo gli investimenti pubblici: ricordiamoci la Salerno-Reggio Calabria.

Visto che lo Stato italiano non sa spendere bene le risorse affidategli, se proprio si deve aumentare il deficit per rilanciare la crescita si riducano le tasse. Meglio sprecare i propri denari in prima persona, piuttosto che farlo fare a parlamentari e burocrati.

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