Bolzaneto pagina buia (e insabbiata) della storia

Bolzaneto pagina buia
(e insabbiata) della storia

La serie di atti commessi nella caserma di Bolzaneto tra il 20 e il 22 luglio 2001 rappresenta una delle pagine peggiori della storia della Repubblica. Il film «Diaz» uscito nel 2012, ricostruito sulla base degli atti giudiziari, è un buon punto di partenza per capire che anche una democrazia sana come quella italiana può essere all’improvviso oscurata e infettata dal virus della repressione. Dopo i rastrellamenti avvenuti all’interno della caserma Diaz, il 19 luglio del 2001, da parte delle forze di polizia, i suoi occupanti, quasi tutti ragazzi che avevano partecipato alle contestazioni del G8 ma che avevano poco o nulla a che fare con i famigerati «black bloc», furono portati nella caserma alle porte di Genova.

Molti di loro furono sottoposti a vere e proprie torture. Furono picchiati, fatti spogliare alla presenza di agenti del sesso opposto, privati dei loro effetti personali mai restituiti. Ad alcune ragazze vennero negati gli assorbenti. Le celle furono spruzzate di gas urticanti. Tutti si sono visti negare la possibilità di contattare gli avvocati, il consolato, i propri familiari. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti umani, che ha condannato L’Italia non solo per quello che è stato commesso dai membri delle forze dell’ordine (pestaggi, torture psicologiche, soprusi, abuso di potere) ma anche perché non è stata condotta da parte dello Stato un’indagine efficace per stabilire la verità nonostante gli sforzi encomiabili dei magistrati. A portare presso la Corte europea dei diritti umani il caso furono le parti civili di quindici persone appartenenti a otto nazionalità diverse, espulsi dall’Italia per direttissima dopo aver subito le angherie da Paese sudamericano anni ’70 nella caserma. I giudici hanno riconosciuto ai ricorrenti anche il diritto a ricevere tra 10 mila e 85 mila euro a testa per i danni morali.

«Oggi contro fatti così gravi abbiamo la legge che punisce il reato di tortura», scrive su Twitter la ministra dei Rapporti con il Parlamento, Anna Finocchiaro. Ma allora non c’era nulla di tutto questo. Dunque a quasi vent’anni da quella pagina nera sappiamo cosa accadde ma non abbiamo accertato ancora giudizialmente la verità, poiché lo Stato non è stato in grado di compiere un’inchiesta adeguata. Anche perché i responsabili di quei soprusi tra insabbiamenti, indulti, falle legislative e la solita lentezza dei processi (una giustizia ritardata è una giustizia negata, scriveva Montesquieu) alla fine se la sono cavata con poco. Nella sentenza è anche messo in risalto il fatto che «nessuno ha passato un solo giorno in carcere per quanto inflitto ai ricorrenti». Le parole dei giudici di Strasburgo sono terribili: «I ricorrenti, trattati come oggetti per mano del potere pubblico, hanno vissuto durante tutta la durata della loro detenzione in un luogo “di non diritto” dove le garanzie più elementari erano state sospese». Così nelle motivazioni della sentenza i magistrati europei definiscono, nella sentenza di condanna dell’Italia, la situazione vissuta da 48 persone a Bolzaneto che avevano partecipato alle proteste contro il G8 di Genova. I togati evidenziano inoltre che «l’insieme dei fatti emersi dimostra che i membri della polizia presenti, gli agenti semplici, e per estensione, la catena di comando, hanno gravemente contravvenuto al loro dovere deontologico primario di proteggere le persone poste sotto la loro sorveglianza».

Il muro di gomma con cui hanno avuto a che fare gli inquirenti è stato impressionante. La Corte europea osserva che questo è stato causato dall’impossibilità di identificare gli agenti coinvolti, sia perché a Bolzaneto non portavano segni distintivi sulle uniformi, sia per la mancanza di cooperazione della polizia con la magistratura. Il secondo fattore è invece di tipo strutturale: «Sono le lacune dell’ordine giuridico italiano» al tempo dei fatti. Nella sentenza la Corte afferma di «aver preso nota della nuova legge sulla tortura entrata in vigore il 18 luglio di quest’anno, ma che le nuove disposizioni non possono essere applicate a questo caso». A fronte di tutto questo può consolarci che alla fine ci sia stato «un giudice a Berlino», in questo caso a Strasburgo, e che il Governo italiano sia stato tra i primi ad ammettere i propri torti. I magistrati si sono spesi non poco per arrivare alla verità e molti dei ricorrenti hanno ottenuto 45 mila euro a titolo di risarcimento per danni morali e materiali. Ma resta un’onta sulla Repubblica che difficilmente sarà mai cancellata.


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