Cambiare in fretta ma non frettolosi

Cambiare in fretta
ma non frettolosi

Nel momento che definisce il più difficile della sua leadership, Matteo Renzi ha auspicato il recupero della propria versione rottamatrice, ma in realtà è in gioco qualcosa di molto più importante di un metodo. Ci riferiamo alla speranza di modernizzazione dell’intero sistema politico italiano che aveva suscitato.

Solo un forte cambiamento in questo senso, può mettere al riparo dalle pulsioni populiste già diffuse in tutta Europa e dal disfattismo che produce assenza alle urne e declino della qualità della classe politica, in una spirale che si auto alimenta: la politica delude e allora allontana i migliori, ma poi prosperano i peggiori e si preparano cosi nuove delusioni e nuovo declino. Una modernizzazione necessaria innanzitutto per il suo stesso partito, che lo ha accettato perché vincente, ma è ora disorientato, e rischia di scambiare un rallentamento elettorale per la smentita di una linea. Ma, attenzione, necessaria anche a destra, perché un leader di sinistra che rende non credibile e superata la nostalgia postcomunista e guarda solo avanti, smonta i feticci strumentali del passato, innalzati a destra per prolungare i vantaggi emotivi dell’anticomunismo. Il Paese ha bisogno anche di una destra innovativa e se a sinistra la difficoltà elettorale non deve frustrare, perché è il prezzo della novità (e prima era peggio), a destra non deve prevalere la tentazione della scorciatoia estremistica. Il riformismo degli uni e degli altri – importante per il Paese – è incompatibile con le fughe all’indietro o in avanti.

Sono tempi di crisi ancora profonda, che alimenta propensioni più alla paura che alla fiducia. Le scelte emergenti sono diventate quelle tra difficoltà del cambiamento e la facilità della rinuncia. Si può rotolare nella risacca delle velleità fallite, ma c’è forse anche l’occasione per rendere l’Italia «normale». Se un leader decide coscientemente di sfidare alla vigilia di elezioni difficili la sua stessa base tradizionale, come ha fatto con la riforma della scuola, ha senso se suggerisce un messaggio profondo, capace di proporre una idea di Paese, non arretrando poi solo perché si è sbagliato il candidato a Venezia.

Il vero miracolo delle europee è stato il passaggio di elettori da un campo a quello opposto (fine del bipolarismo muscolare), perché questo è l’esito fisiologico della caduta delle contrapposizioni violente, mentre il fascino dell’astensione o della protesta ne sono l’esito patologico.Il risultato elettorale non brillante del Pd alle elezioni amministrative non può avere dunque l’effetto di rallentare il rinnovamento, facendo emergere non la spinta riformista oggettivamente avviata, ma solo gli errori, che sono stati gravi in materia di riforme istituzionali. Perché i meccanismi su cui si regge una democrazia devono essere maneggiati con cura, e più rispetto. E una legge come l’Italicum può essere un boomerang perfetto se porta Grillo al ballottaggio e riapre uno scontro all’ultimo sangue.

La scelta (che nel Pd è statutaria) di far coincidere segretario e capo del governo, è valida se il governo è sostenuto da un partito che non consideri il segretario solo un capo corrente bravo a comunicare. Certo, il maggior partito italiano avrebbe bisogno di un gruppo dirigente di maggior spessore e di un’opposizione interna propositiva, non oscillante tra la fuga e l’entrismo. Perché una democrazia è forte se la dialettica è solida e non reticente. Più in generale, se in Italia tutte le Regioni fossero dello stesso colore (20 a 0!), non sarebbe un segno di salute. Al renzismo troppo arrogante, i casi Moretti e Paita dovrebbero perciò essere più utili che dannosi.

Ma la partita complessiva non può essere lasciata a metà in tempi di battaglie tutte molto impopolari: gestire l’immigrazione non come un’emergenza, convincere che l’Europa deve rafforzarsi politicamente, insistere su scelte che riguardano il lavoro, l’economia, le liberalizzazioni per ora non pervenute, tutto il campionario che Blair scoprì vent’anni fa e a cui noi siamo arrivati tardi perché in mezzo c’è stato un ventennio di paralizzanti battaglie polarizzate. La fretta di Renzi, insomma, è più che giustificata, ma la frettolosità può perderlo.


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