Che povero calcio Non vale un euro

Che povero calcio
Non vale un euro

Peculato, associazione a delinquere, frode informatica, utilizzo di carte di pagamento clonate, riciclaggio e autoriciclaggio aggravato dal metodo mafioso. Sono le accuse per le quali è finito in carcere il fantascientifico signor Giampietro Manenti, 45 anni, presidente del Parma Calcio, Parma cotto, Parma umiliato, Parma offeso con tutti i tifosi da un crac che non finisce mai e sanguinerà per sempre nella memoria di una città, della sua gente, della sua storia non solo sportiva.

Fantascientifico è l’aggettivo usato da Giovanni Malagò, presidente del Coni, capo dello sport italiano, che s’indigna,ma ancora non si degna di mandare un commissario in Federcalcio. Perché, almeno un pregio ce l’ha, la maledetta storia emiliana (197 milioni di debiti lordi; tre proprietà e cinque presidenti cambiati in due mesi, l’ultimo dei quali da ieri in galera; Donadoni, i giocatori, i dipendenti e i fornitori non pagati da 8 mesi, retrocessione sicura e oggi arriva il fallimento). Il delittuoso caso Parma quantifica quanto valga il Sistema Calcio Italia agli occhi di noi appassionati del pallone che il pallone hanno sgonfiato anni di ruberie, malversazioni, scandali, predoni e mascalzoni. Questo Sistema marcio, putrido, infetto, nella sola A ha contratto debiti per 1.715 milioni, ma in realtà non vale manco un euro. Quello che Manenti aveva pagato per rilevare il Parma.

Non vale un euro perché è un Sistema sputtanato dai controlli rigorosi che non ci sono stati, anche se ci è toccato leggere sul sito ufficiale della Lega che il meccanismo di vigilanza «è fra i più efficienti d’Europa». Non vale un euro perché è incapace di combattere il razzismo e la violenza, se ne frega degli stadi fatiscenti e obsoleti, la sua giustizia sportiva funziona come nella «Fattoria degli animali» di Orwell dove tutti sono uguali, ma i maiali sono più uguali degli altri. Non vale un euro perché, se fossimo in Inghilterra, buona parte dei dirigenti italiani assisi sulle loro poltrone, dovrebbe sparire per via dei precedenti penali: chiedere a Cellino, sospeso dalla presidenza del Leeds in seguito alla squalifica inflittagli dal Professional conduct committee cui era stata notificata la condanna subita in Italia per evasione fiscale. Il verdetto inglese parla di condanna per «atti di disonestà».

Nel Palazzo italiano, invece, bazzicano condannati in via definitiva per frode sportiva oppure a 18 mesi in primo grado per evasione fiscale, o gente in speranzosa attesa di una sentenza della Cassazione che ripulisca la fedina penale o altri che sono già stati in galera o la galera hanno scampato per falso in bilancio essendo stato depenalizzato il falso in bilancio. C’è un casellario giudiziale a forma di pallone che mette paura.

Non vale un euro questo sistema perché, alla maggioranza di chi ci vive e vegeta, questo sistema sta bene. Alla logica gattopardesca di fingere che molto cambi affinché tutto rimanga com’è, si coniuga la difesa ad oltranza delle poltrone, a qualunque costo. In cima alla piramide c’è un signore di 71 anni che, presentando la propria candidatura alla presidenza della Figc, ha dichiarato: «Prima di venire in Italia, i giocatori extracomunitari mangiavano le banane». La sua giustizia sportiva l’ha assolto, l’Uefa l’ha stangato sei mesi per razzismo. Lo stesso signore, a proposito delle donne calciatrici aveva candidamente affermato: «Pensavamo fossero handicappate».

Il grande elettore di questo signore, al telefono con il direttore generale dell’Ischia, sentenzia che «Carpi, Frosinone e Latina se vengono in A non contano un c...»; che il presidente della Lega di A, alla cui elezione lo stesso telefonista ha concorso , «conta zero», mentre il presidente della Lega di B «è un cretino». Baciato dalla scalogna com’è, il capo della Figc, prima aveva vagheggiato di un fondo americano interessato al Parma, naturalmente scomparso. Poi, presentando Italia-Inghilterra a Torino, culla della federazione medesima, ha intimato: «Smettiamola di flagellarci con queste storie del Parma. Siamo un calcio che vale». Si è dimenticato di aggiungere: manco un euro.

Curioso che un grande tifoso qual è Renzi, in quanto capo del governo, non si sia ancora premurato di mettere becco in questo Club degli Ottimati che copre di melma l’immagine calcistica del Paese quattro volte campione del mondo, una volta campione europeo e olimpico, vicecampione d’Europa in carica. È vero che la Casta della politica ha spesso fatto danni, quando è andata nel pallone. Ma è altrettanto vero come non si possa aspettare che questo sistema si faccia saltare in aria, anche se è sulla buona strada. Meglio spianarlo prima.


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