Città più vecchia  comunità nuove

Città più vecchia
comunità nuove

Come si vivrà in una città dove gli over 65 saranno quasi la maggioranza della popolazione? Le proiezioni demografiche dicono che questo è l’orizzonte a cui Bergamo deve cominciare a prepararsi, perché queste sono le probabili condizioni in cui ci si troverà a vivere nel 2038: 41mila anziani su 127mila abitanti, in una proporzione che è maggiore del 40% rispetto ad oggi. Una città vecchia, come quasi tutte le altre città italiane, con un’organizzazione della vita che inevitabilmente ne risentirà in tutti i suoi momenti, dai momenti normali a quelli invece segnati da emergenze o fragilità.

La domanda che conviene farsi sin da ora è quindi una: come si potrà affrontare questo invecchiamento ineluttabile della popolazione? Le proiezioni demografiche sono molto implacabili e in assenza di eventi traumatici che sconvolgono le attese è inutile pensare che qualcosa possa smentire questa tendenza. Quindi meglio iniziare ad attrezzarsi. Certamente una società con popolazione anziana prevalente è una società in cui i bisogni sociali sono destinati ad esplodere. E non si tratta solo di bisogni economici, ma di necessità legate allo svolgersi della vita quotidiana. I futuri anziani fanno parte di una generazione che ha fatto pochi figli (ed è quindi in un certo senso causa, quanto meno involontaria, del suo problema…) e non potrà contare sul loro sostegno. Sappiamo quanto il welfare famigliare sia stata una risorsa fondamentale per il nostro Paese negli ultimi decenni: da una parte i giovani hanno trovato una sponda nella casa in tempi in cui è difficile conquistarsi l’autonomia, dall’altra gli anziani hanno potuto contare sull’assistenza dei figli negli anni conclusivi della loro vita. Nel 2038, stanti così i numeri, questo modello non sarà più praticabile.

Nel 2038 si dovranno mettere in atto nuove e diverse dinamiche di solidarietà sociale. Prendiamo il problema della casa. Oggi l’anziano vive in appartamenti pensati in un’ottica orgogliosamente individualista. Come dice la parola, si vive «appartati», salvaguardando il valore del privato. Quanti anziani soli vivono nella casa che è frutto a volte delle fatiche di una vita? Un domani la casa dovrà essere per forza concepita in modo molto diverso. Dovrà lasciar spazio, in modo anche sempre più prevalente, a delle funzioni comuni. Dovrà favorire le relazioni, perché le relazioni sono la garanzia di un mutuo aiuto nei casi di necessità. Dovrà favorire un’organizzazione della vita in cui tanti bisogni verranno condivisi, per sollevare lo stato dal compito evidentemente impossibile di dover trovare tutte le risposte (del resto già oggi è largamente così). Saranno case «intelligenti» non solo per il fatto che le nuove tecnologie renderanno più semplici e meno costose tante funzioni; saranno case «intelligenti» in particolare perché stimoleranno a condividere, a fare della «comunità residenziale» una cellula in grado di sostituire quello che oggi è la famiglia.

Quello della casa è solo un esempio, anche se è l’aspetto che più urgentemente richiederà una riorganizzazione. Ma è un esempio emblematico, perché per mettere in atto un cambiamento di questo tipo non si potrà contare su uno Stato dalle casse in previsione sempre più esauste con tante pensioni da pagare e una forza lavoro molto più esigua. Bisognerà piuttosto imparare a condividere le risorse economiche da investire in progetti di comunità in grado di supportare le nuove condizioni di vita: pensiamo solo alla necessità dei trasporti, che potranno essere facilitati da un’auto collettiva con tanto di autista a disposizione. Non è fantascienza. È necessità di mettere in azione una nuova fantasia sociale. Può essere che ci si ritrovi in una città vecchia, ma non poi così triste…


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