Clima, il mondo inizia a capire

Clima, il mondo
inizia a capire

«L’emergenza climatica è una corsa che stiamo perdendo, ma che possiamo ancora vincere. È una crisi causata da noi, e le soluzioni devono venire da noi». Lo ha dichiarato il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, al Summit sul clima a New York. Una crisi causata da noi: i rapidi cambiamenti climatici che il mondo sta vivendo sono provocati dalle emissioni umane di gas serra iniziati con la Rivoluzione industriale e aumentati sempre più.L’«effetto serra» è un fenomeno naturale, grazie al quale l’atmosfera trattiene l’energia dal sole. A causa della presenza di troppi gas, l’«effetto» diventa a tal punto forte che la Terra si surriscalda, determinando i cambiamenti climatici.

All’Onu 66 Paesi hanno firmato un accordo per zero emissioni entro il 2050. L’obiettivo è considerato vitale nella prevenzione di cambiamenti catastrofici a lungo termine. Allo stato attuale, però, solo una ventina di Paesi hanno incluso l’impegno nelle leggi nazionali o steso piani politici concreti per attuarlo. L’Unione europea spera di raggiungere un consenso tra i propri Stati entro il 2020.

La buona notizia è come il cambiamento si sia imposto, finalmente, all’attenzione globale. Dalla prima conferenza sul clima a Rio nel 1992 all’enciclica «Laudato si’» di Papa Francesco e all’Accordo di Parigi del 2015, la politica e i media non si erano ancora decisi a capire come sia la sfida maggiore per il mondo contemporaneo. Ora paghiamo il conto di una lunga inerzia. «A quattro anni dallo storico accordo di Parigi – ha osservato ieri Papa Francesco in un videomessaggio al vertice Onu – gli impegni assunti dagli Stati sono ancora molto fluidi e lontani dal raggiungere gli obiettivi fissati. È necessario chiedersi se vi sia una reale volontà politica di destinare maggiori risorse umane, finanziarie e tecnologiche per mitigare gli effetti negativi del cambiamento climatico e aiutare le popolazioni più povere e vulnerabili, che sono quelle che ne soffrono maggiormente».

Da tempo gli scienziati sanno già tutto su una realtà inconfutabile e sulle azioni necessarie per evitare i maggiori pericoli. Si sono persi decenni preziosissimi per confutare cocciute tesi negazioniste e dibattere in sterili negoziati tra Nord e Sud del mondo. I Paesi più poveri pagano già ora il prezzo maggiore dei cambiamenti, ma non raggiungeranno mai il grado di sviluppo, conseguito anche grazie alle emissioni, delle nazioni ricche, che devono liquidare il proprio debito ecologico. Purtroppo, da Trump a Bolsonaro, sono apparsi sulla scena politica leader di grandi Paesi che continuano a remare contro. Gli enormi interessi delle industrie dei combustibili fossili hanno avuto un peso decisivo nel condizionare, fino ad ora, le scelte politiche.

Greta Thunberg è intervenuta ieri all’Onu: «La crisi climatica si deve affrontare proteggendo, ripristinando e utilizzando la natura». I primi scioperi per il clima sono dell’agosto del 2018. Venerdì scorso, per i «Fridays for future», quattro milioni di persone sono scesi nelle piazze di tutto il mondo. Venerdì prossimo saranno coinvolte anche le scuole italiane. Nell’ultima estate abbiamo assistito al genocidio degli indigeni rimasti in Amazzoni, la distruzione del polmone del pianeta. Dalla Siberia all’Alaska in fiamme, ai ghiacci della Groenlandia e dell’Artico che si squagliano.

I politici assistono a queste manifestazioni giovanili che rivelano il polso dell’elettorato. Le scelte politiche potranno cambiare.Come annunciato da Angela Merkel: l’abbattimento del 55% delle emissioni entro il 2030. A Bergamo la sensibilità per i cambiamenti climatici si sviluppò almeno cinque anni fa, con inchieste e servizi e con un mensile dedicato a ambiente, ecologia e green economy.


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