Compagna dell’ultimo viaggio: la solitudine

Compagna dell’ultimo
viaggio: la solitudine

Fabo è morto: suicidio assistito, eutanasia sono i termini usati dai media. Il deejay aveva compiuto quarant’anni il nove febbraio scorso. Era cieco e tetraplegico. Aveva più volte espresso il desiderio di porre fine a una vita che non aveva scelto, «immobilizzato in una lunga notte senza fine», in seguito a un grave incidente stradale. Di fronte al vuoto legislativo italiano, Fabo aveva deciso di recarsi in Svizzera, dove la legge permette la messa in atto di processi di eutanasia. L’ha accompagnato Marco Cappato, della associazione «Luca Coscioni».

È interessante dare un’occhiata ai commenti. Dominano le accuse allo Stato che non è capace di dotare il nostro Paese di una legislazione adeguata e la vigorosa rivendicazione della libertà di decidere. Da più parti si è insistito sul desiderio del Dj di «uscire dalla gabbia». Impressionano soprattutto le affermazioni che mettono in luce la continuità fra il passato di Fabo, il presente con la decisione drammatica, e il futuro, il «dopo». «Adesso che non riuscirà più a stare dietro una consolle a far ballare la gente o a correre sulle piste da motocross, o a lanciarsi su qualche liana sulle rive di un fiume, aspetta che l’eutanasia possa portarlo in un mondo altro dove “la musica non potrà mancare”». Così il sito del «Corriere», prima della notizia della morte, con un commento: «Coerenza e una vita da rock ’n roll dall’inizio alla fine».

Quando ho cercato di pensare a qualcosa di simile, mi è tornato in mente il caso di Beniamino Andreatta, personaggio di primo piano, protagonista di molte vicende politiche italiane, deputato al Parlamento, più volte ministro, inventore con Prodi dell’esperienza dell’Ulivo. Andreatta venne colpito da un ictus, durante una seduta parlamentare, il 15 dicembre del 1999 e rimase in coma per 2.599 giorni. Quando Andreatta è morto, la moglie, Giana Petronio, ha raccontato di non aver mai abbandonato la speranza che avvenisse «il miracolo», di aver tentato tutte le strade possibili, e che lei e i suoi quattro figli non hanno mai cessato di scrutare gli occhi del loro caro, alla scoperta di una reazione qualsiasi. «E quando mi hanno detto che era finita, è stato un colpo, uno strappo violentissimo. Come se fosse finita sotto un’automobile una persona che stava bene. Allora, sì, ho capito di averlo perduto».

I due casi rimandano a due modi molto diversi di vivere drammi simili. Scontata, doverosa e dovuta la comprensione per la decisione di Fabo. Lui solo ha provato che cosa significa trovarsi «in gabbia». Ma l’immagine della gabbia dice bene come il dramma viene vissuto e che cosa pesa di più: la solitudine. Nel caso della vicenda di Andreatta, invece, bastano i pochi cenni per intuire come il dramma del professore bolognese era diventato quello dell’intera famiglia. E la condivisione di tutta la famiglia ne ha cambiato profondamente il senso. Tanto che la vera tragedia non è stata la durata della malattia, ma la sua fine. Per Fabo, invece, è stato esattamente il contrario: la tragedia era la durata, la fine è stata la liberazione. Viene a galla, ancora una volta, una verità semplice, al limite banale. Le emergenze della vita vengono vissute con lo stesso stile con cui si è vissuta la vita.

Soprattutto vengono vissute con gli stessi legami. Decisivi, sia quando esistono, sia quando non esistono. Sono soprattutto i legami che permettono di passare da uno stato di vita a un altro, dall’attività all’inattività, dalla salute alla malattia. Gli affetti sono «conservatori» e quindi rappresentano quasi sempre la continuità. La clinica svizzera, pur accogliente, non ha mai i colori e il calore della propria casa. E quelli della associazione Luca Coscioni sono diventati amici dopo la tragedia, non prima. E quindi non sono loro che hanno potuto assicurare un minimo di continuità fra il Fabo Dj e il Fabo tetraplegico e cieco. C’è solo da augurare che qualcuno degli amici della vita gli abbia fatto compagnia negli ultimi istanti. Soprattutto allora, infatti, è necessario un po’ di calore, per affrontare l’ultimo passaggio. Anche quando è desiderato, quello resta il passaggio più difficile, perché in quel momento si è sempre, forzatamente, soli.


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