Contro lo smog serve programmare

Contro lo smog
serve programmare

L’Organizzazione mondiale della sanità certifica 7 milioni di morti all’anno per l’aria che respiriamo. Una notizia che guadagna la prima pagina. Siamo nell’ennesima emergenza e non sappiamo come uscirne. L’arretratezza culturale ha segnato questi decenni di lotta allo smog. Vent’anni fa, esattamente come oggi, l’unico rimedio efficace risulta essere la pioggia. Si sa da sempre che la configurazione della Pianura padana schiacciata tra i monti e il mare rende l’inquinamento particolarmente acuto in determinati momenti dell’anno.

Non vi sono vie di sbocco e quindi tutto ristagna. Occorre ridurre le fonti di emissione inquinanti, non vi è altra soluzione. Le caldaie di riscaldamento, i gas di scarico delle auto, questi i due settori chiave dove intervenire. Qualcosa si è fatto ma non basta per tutelare la salute pubblica. Il miglioramento della qualità dell’aria è frutto di un processo articolato nel tempo, ci vuole programmazione.

Cosa abbiamo fatto per esempio per ridurre il traffico automobilistico, per togliere auto dalla strada e favorire trasporti alternativi? Per esempio in Lombardia si è pensato in questi anni di favorire il collegamento dei centri urbani con linee ferroviarie veloci che hanno nella frequenza, nel confort, nella velocità elementi in grado di motivare l’automobilista a lasciare la macchina in garage? La nostra regione è di fatto una grande zona metropolitana che grava su Milano. Le linee suburbane che pur sono attive collegano per esempio Varese con Treviglio ma poi manca la capillarità e cioè la capacità di raccogliere utenza dai centri minori. E del resto il rinnovo dei treni pendolari è questione dibattuta. Basta leggere i bollettini quotidiani sulle croniche deficienze dei collegamenti ferroviari per chi si reca al lavoro.

La verità è che in passato si è puntato sull’auto come soluzione alla necessità di mobilità. Abbiamo apprezzato gli iniziali vantaggi ma adesso scopriamo che intasamenti, code, ritardi rendono la circolazione non competitiva con l’aggravante dell’inquinamento crescente. È evidente che ci vuole un cambio. Occorre abbandonare il combustibile fossile per le auto e spingere verso l’elettrico. Certo se tutti avessimo un’auto a batteria ricaricabile aumenterebbe di molto il consumo elettrico e quindi occorrerebbe costruire nuove centrali. Le fonti alternative non bastano. Vi è però una rivoluzione tecnologica che avanza:l’auto senza guidatore. Da qui possono sorgere sinergie con il car sharing e cioè con una sorta di servizio pubblico a chiamata che si attiva con il cellulare. È uno spazio sconosciuto che si apre allo sviluppo tecnologico della mobilità. Ma bisogna pensarci, investire, programmare raccogliere attorno a sé il meglio della società civile. Questo il compito della politica. Motivare il cittadino, dargli prospettive nel tempo con scansioni temporali verificabili perché il processo è lungo e va oltre i mandati delle singole amministrazioni. In pratica ci vuole fiducia. È questo il vero combustibile alternativo, di cui sentiamo la mancanza. Pechino ha una configurazione a bacino, ristagna tutto come in Lombardia. L’inquinamento è di molto superiore e i dati della mortalità non trovano grande diffusione. Si è scoperto però che investire nella tutela dell’ambiente porta vantaggi economici ed anche di immagine.

La Cina può vantarsi di essere il campione nella lotta all’inquinamento dopo la ritirata degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi: 370 miliardi di dollari da qui al 2020 nel rinnovamento energetico. Lo scorso anno la Repubblica popolare è diventata il primo produttore al mondo di energia solare. Programmare è la parola d’ordine.

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