Culle vuote
Ecco perchè

Il loro numero è molto simile a quello di 25 anni fa, ma le caratteristiche dei quasi 120 mila residenti che sono stati conteggiati a Bergamo all’inizio del 2016 sono decisamente diverse. Non solo per il forte aumento della componente anziana - i 30 mila ultra 65enni testimoniano un livello di invecchiamento demografico che va ben oltre la media nazionale - ma soprattutto per la massiccia presenza di popolazione straniera, con un’ampia varietà di continenti e di Paesi.

Nel 1991 quest’ultima rappresentava circa l’1% dei residenti in città, è salita al 4% dieci anni dopo e viene ora accreditata al 16%, vale a dire un abitante ogni sei. Il tutto, nonostante l’effetto crisi abbia rallentato, a Bergamo come altrove, la capacità attrattiva nei riguardi dell’immigrazione; e nonostante si sia accresciuto sempre più il passaggio alla cittadinanza italiana: dai 167 casi nel 2012, ai 307 dell’anno successivo e ai 480 del 2014 (e realisticamente in ulteriore crescita nel 2015). Un fenomeno, questo dei nuovi cittadini, che fa certo meno notizia rispetto agli approdi di immigrati lungo le coste italiane, ma che riflette un silenzioso processo di radicamento della popolazione straniera nella società ospite. Mettendo altresì in luce come la tanto vituperata legge sulla cittadinanza – la n. 92 del 1992 che tanto ha fatto discutere ai fini di un suo cambiamento – riesca comunque a produrre importanti effetti, del tutto comparabili a quelli di altri Paesi con leggi che si ritengono «più evolute». In proposito, è bene ricordare come nel corso del 2014 i nuovi cittadini siano stati, a livello nazionale, ben 130 mila, e come tra di essi circa un quarto avesse meno di 15 anni, a dimostrazione di un diffuso percorso di integrazione spesso di tipo familiare che coinvolge le seconde generazioni.

Ma il ruolo che gli stranieri esercitano nell’immettere vitalità in ogni società demograficamente matura, come è certamente quella bergamasca, si può cogliere con maggiore evidenza nei dati che riflettono le scelte e i comportamenti riproduttivi della popolazione immigrata. Nel quinquennio 2011-2015, a fronte di 4.662 nascite a Bergamo, ben 1.490 sono neonati stranieri. Si tratta di un’incidenza (uno su tre) che è quasi il doppio rispetto alla media nazionale e che trova un naturale riscontro nell’analoga proporzione di bambini stranieri entro la popolazione in età pre-scolare. Siamo dunque di fronte ad un contributo in termini di capitale umano che la comunità bergamasca, in cui da tempo il numero di morti supera quello dei nati, non può che salutare con soddisfazione, e augurarsi che possa continuare. Non dobbiamo infatti dimenticare che la realtà demografica del nostro tempo è segnata da una crisi profonda e generalizzata. Il bilancio della popolazione italiana nel 2015 appare caratterizzato da tre record negativi: la natalità più bassa mai registrata dai tempi dell’Unità nazionale (meno di 500 mila nati); un rialzo del numero dei morti (60-70 mila in più nel 2015 rispetto al 2014) che trova analoghi precedenti solo in tempo di guerra; una diminuzione del numero di abitanti che non si registrava dal lontano 1918 (–150 mila). Con un simile quadro di riferimento, la popolazione di Bergamo sembra salvarsi, o comunque subire meno lo stato di crisi, proprio grazie al contributo delle nascite straniere. Un fenomeno che tuttavia, pur garantendo ancora una buona tenuta rispetto al totale dei nati, è da almeno un paio d’anni che segnala un progressivo rallentamento: dopo aver raggiunto i 327 casi nel 2012 si è scesi sino a 247 nel 2015. La verità è che le famiglie residenti in città, qualunque sia la loro nazionalità, reagiscono alle difficoltà del nostro tempo ridimensionando i loro progetti di sviluppo. Non a caso, gli 806 nati osservati a Bergamo nel 2015 sono circa 90 in meno rispetto a quelli del 2014 e altrettanti in meno rispetto al 2013. Poco conta essere italiani o stranieri; senza adeguate scelte e politiche che aiutino le famiglie a svolgere la loro funzione naturale di «produzione» e formazione del capitale umano, si spegne la vitalità di una popolazione. Il segnale è inequivocabile e i dati che ben lo sostengono dovrebbero richiamare tutti al senso di responsabilità e all’impegno: a Bergamo come nel resto del Paese.

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