Dalla Lazio alla Lazio I mille giorni dell’Atalanta

Dalla Lazio alla Lazio
I mille giorni dell’Atalanta

Novecentonovantasette. Quasi mille giorni, da quell’Atalanta-Lazio del 21 agosto 2016, prima partita di campionato dell’era Gasperini. Bum, bum, bum: in 33 minuti la Lazio ne fece tre, e nella mente di tutti balenò il pensiero terrorizzato che più che un cambiamento, quello di Gasp fosse un terremoto che butta giù tutto. Che quel modo di giocare «tutti avanti» fosse troppo, per una squadra che veniva dal «moderato» Reja, e, prima ancora, dall’era Colantuono. 997 giorni ci hanno condotti tutti, la squadra, e l’ambiente, in un altro mondo Atalanta.

Quella sconfitta traumatica è lontana anni luce. Sembra quasi impossibile, oggi, che l’Atalanta vada in campo a farsi surclassare dalla Lazio. Perché è cambiato tutto, perché c’è una società che prima di quel campionato seppe scegliere l’allenatore perfetto per le proprie aspirazioni. Lo si è detto tante volte, ma è giusto ripeterlo oggi, nella vigilia di un appuntamento storico: Gasperini è la traduzione calcistica della mentalità della famiglia Percassi.

Se una cosa si può fare bene, non basta: la si deve fare meglio. Al massimo. E questo fa Gasperini in campo. Al netto di un carattere non facile, di umori imprevedibili, la scelta di Percassi su Gasperini è il vero tornante della storia atalantina. Quella, come le scelte successive di confermarlo nel momento della difficoltà iniziale, e quelle di sorvolare su certi eccessi verbali che altrove avrebbero generato temporali ingestibili. Tutto è passato, pur di tenere salda la macchina sul sentiero, pur di garantire a squadra e società le capacità di quest’uomo. Inutile, ora, ripercorrere i nomi dei calciatori passati da qui e volati in grandi squadre. Così come è inutile ripetere quei pochi che con Gasperini non sono esplosi.

Due sono, oggi, i simboli di questa enorme capacità di crescita: Djimsiti, e gli esterni. Nello scorso ritiro estivo, non è un mistero, Djimsiti salì a Rovetta quasi da «clandestino». Mancava un centrale, dopo l’infortunio di Varnier, e ci si «adattò» all’albanese, di rientro dal prestito al Benevento. Pareva un ripiego, oggi invece Djimsiti è in lizza per un posto da titolare nella finale di Coppa Italia, ed è reduce da una stagione eccellente. Prima, sapevamo che Djimsiti poteva essere un discreto rincalzo. Oggi, abbiamo un titolare in più.

E poi gli esterni. I tre che oggi si contendono i due posti sulle fasce (Castagne, Gosens, Hateboer) erano tutti rincalzi. Hateboer di Conti, Gosens di Spinazzola, e Castagne a sua volta di Hateboer. Partiti i titolari, pareva obbligatorio rimpiazzarli, acquistare giocatori fatti e finiti. Fatti e finiti invece sono diventati i «rincalzi» di prima, al punto che ora sarebbe difficile scegliere chi lasciare fuori. Questi sono i simboli dell’Atalanta di oggi. Insieme a Gollini, recuperato e ora garanzia vera, insieme a Gomez, trasformato nella nuova posizione in campo, insieme a Zapata, che all’inizio non segnava e ora lotta per la vetta dei cannonieri. Insieme a una mentalità che fa sì che questa squadra trovi sempre la capacità di fare più di quel che la sua forza le consentirebbe. Ha detto bene Gasperini: l’Atalanta è preparata per vincere. Lo dice per iniettare autostima, per convincerla che è vero: quella Coppa, quando scenderà dal trespolo, deve finire nelle mani dei nostri.

Insieme, infine, ai meravigliosi ventun mila e passa che in queste ore, con ogni mezzo possibile, e con grandissimo sacrificio anche economico, stanno raggiungendo Roma. Ci sono i tifosi della curva, certo, ma c’è tutta Bergamo rappresentata in questo incredibile esodo. Famiglie intere, nonni coi nipotini, lavoratori che hanno investito qualche giorno di ferie. Novecentonovantasette giorni fa era una squadra di calcio, ma dalla Lazio alla Lazio è cambiato tutto. E l’applauso di tutti noi arriverà, cara Atalanta, con o senza quella Coppa dorata imbarcata sul volo di ritorno.


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