Dallo stato nazione alla città nazione

Dallo stato nazione
alla città nazione

In gran parte dell’Occidente sono evidenti ormai da alcuni anni i segni di decadenza dello «Stato nazione». Il grande mercato mondiale, figlio della globalizzazione, ha determinato una crisi di potere degli Stati che assistono oggi, più o meno passivamente, al lento, inesorabile diminuire della loro capacità di controllo sulla sfera economica. Per contrastare abusi e concorrenze sleali, i possibili rimedi sono ricondotti a organizzazioni sovranazionali come l’Unione europea e all’azione di organismi finanziari internazionali. In ogni Stato emergono enormi difficoltà nel continuare a svolgere i compiti assunti in passato, soprattutto sul terreno della soddisfazione dei bisogni dei cittadini, essendo ogni decisione influenzata e condizionata da fattori esterni.

Ad intorpidire lo scenario contribuisce non poco un’amministrazione statale caratterizzata da eccessiva burocrazia e dal decadimento delle classi dirigenti, con meritocrazia e coraggio decisionale in caduta libera. Per evitare che tale situazione di crisi divenga irreversibile, gli Stati devono saper trovare un nuovo equilibrio non solo verso l’alto, con riferimento alle organizzazioni sovrannazionali, ma anche verso il basso, agevolando lo sviluppo di architetture istituzionali più vicine al cittadino. Al riguardo, si sta assistendo negli ultimi anni all’emergere di orientamenti tendenti a rivalutare il «piccolo è bello». In questa direzione sono orientate, in particolare, le teorie elaborate da un economista e politologo indiano Parag Khanna, che vive da tempo negli Usa. In un suo saggio dal titolo «La rinascita della città stato» Khanna scrive: «Le città-Stato rappresentano le fondamenta, il nuovo modello di soluzioni per le sfide che si chiamano urbanizzazione sostenibile, gestione della diversità e navigazione nella turbolenza economica globale, sfide che stanno al cuore di questo XXI secolo. Le città, ancor più prontamente delle nazioni hanno la capacità di reinventarsi completamente nel giro di una sola generazione».

Per avvalorare questa tesi, l’autore prende ad esempio il nuovo ruolo svolto da molte città negli Usa e, soprattutto, il caso della Cina, nazione che va sempre più assumendo una leadership mondiale grazie alla sua efficace trasformazione in un reticolo di città-Stato che operano intensamente sul piano economico e sociale, potendo beneficiare di abbondanti risorse dal governo centrale. Anche un altro guru dell’attuale economia, Richard Florida, nel suo recente «The New Urban Crisis» propone di ricondurre alla dimensione urbana i grandi problemi che affliggono gli Stati. Sostiene, infatti, che «le possibili semplificazioni dei problemi non potranno venire dalle amministrazioni politiche centrali, bensì da una comunione di intenti tra gli attori locali: imprese, amministrazioni, cittadini, lasciando i sindaci liberi di agire per realizzare ciò che è meglio per le comunità che li hanno eletti».

Pare dunque essere soprattutto il contesto cittadino quello maggiormente in grado di favorire lo sviluppo di nuove politiche, quale risultato di una profonda alleanza tra i cittadini e i loro amministratori. I sindaci, in quanto eletti direttamente dal popolo, appaiono infatti più di altri in grado di preservare un contatto diretto con gli elettori, interpretandone le loro mutevoli esigenze. È indubbio che oggi, anche nel nostro Paese, la fiducia sul piano politico venga riposta soprattutto nelle amministrazioni cittadine. Perché non pensare, allora, alla possibilità d’intessere una rete virtuosa tra le più importanti realtà urbane regionali, dalla quale potrebbero derivare nuovi interessanti sviluppi sul piano politico e sociale. Non sarebbe altro che ritornare, in un certo senso, al nostro Rinascimento quando, grazie anche al contributo delle «città stato», si raggiunse il massimo splendore.


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